DOMENICA

Il giorno del Signore

 

Come i discepoli di Emmaus

La Domenica il Giorno del Signore

Pasqua Ebraica Pasqua Cristiana

Le parti della Messa

La celebrazione dell'Eucaristia

L'Assemblea si raduna

Riti di Introduzione

La Liturgia della Parola

La Liturgia Eucaristica

Il congedo

Il gruppo Liturgico

Gesti e atteggiamenti

Piccolo vocabolario

L'Eucaristia al centro

Presentazione

 

COME I DISCEPOLI DI EMMAUS

NON possiamo vivere senza celebrare il giorno del Signore!». Le parole dei Martiri di Abitène (sec. IV) tornano attuali. L’uomo contemporaneo si lascia sempre meno raggiungere dai precetti, ma i comandamenti di Dio sono prima di tutto prova d’amore. Venite alla festa! Tutto è pronto, sedete alla mia mensa! E questo l’invito continuo rivolto da Gesù Cristo ai suoi amici, è la convocazione d’amore, è il dono della comunione. Nella nota pastorale Il giorno del Signore i vescovi italiani ricordano che la domenica è il settimo giorno, ‘ma nel suo preciso significato cristiano la domenica è innanzitutto il primo della settimana: il giorno in cui Dio riprende la sua opera creatrice. E anche il giorno del riposo, pregustazione e pegno del riposo vero... Il giorno in cui il lavoro cede definitivamente il posto alla contemplazione, il pianto alla gioia, la lotta alla pace. Non alibi alla pigrizia, ma progetto e speranza per dare senso e coraggio all’impegno di anticipare già oggi ciò che viene contemplato e sperato come futuro». All’uomo che cammina nella storia, tra fatiche e speranze, gioie e incertezze, l’Eucaristia è il pane del cammino, il viatico di conforto, il gesto d’amore. Avviene ancora oggi in ogni celebrazione eucaristica quanto è accaduto ai due discepoli di Emmaus, stanchi per il viaggio, ma soprattutto tristi e delusi. Gesù si avvicina, offre la sua compagnia e desidera condividere lo stesso cammino. Non hanno fatto molta strada, ma la situazione è già totalmente trasformata. Il modo di parlare di questo “sconosciuto”, i suoi interrogativi profondi, il suo interpretare le Sacre Scritture, sconvolgono la mente e il cuore dei due. Infine il pane spezzato è diventato il gesto chiarificatore: Cristo viene visibilmente riconosciuto e nel cuore dei presenti nasce la vita nuova, la gioia della presenza, la forza dell’annuncio. Ad Emmaus si realizza la stessa cena del Cenacolo e si compie lo stesso cammino che avviene in ogni celebrazione eucaristica. E la Parola di Dio che chiama, interpella, annuncia, rincuora, invita all’ascolto, alla preghiera, all’impegno. Ogni persona, convocata dalla Parola, sì avvicina a Cristo e, con Lui, ai fratelli, nel mistero dell’Eucaristia. L’incontro personale con il Risorto, la condivisione della fede con altri fratelli, diventano forza per un nuovo cammino, sorgente per un impegno rinnovato (Giovanni Ciravegna)

LA DOMENICA:IL GIORNO DEL SIGNORE

QUANTI si rendono conto di quello che dicono quando pronunciano il termine domenica? Per molti è solo sinonimo di giorno di vacanza, di riposo, di festa...Il termine viene dall’espressione latina dominica dies, cioè giorno del Signore. Le prime comunità cristiane (CfAp 1,10) hanno così chiamato il giorno in cui Cristo è risorto, con un esplicito riferimento al giorno del Signore di cui parlano i profeti. Con questa espressione infatti i profeti annunziano il tempo in cui Dio realizzerà in pienezza le sue promesse, porterà a compimento la libe­razione iniziata con l’Esodo e farà giustizia per i suoi eletti. Questo giorno è descritto con immagini cosmiche che esprimono un radicale rinnovamento della terra, come una nuova creazione. L’evangelista Matteo, di proposito, descrive la risurrezione di Gesù accompagnata da un terremoto (Cf Mt 28,2), poiché questo è un segno che si tratta del Giorno del Signore annunziato dai profeti. La risurrezione di Cristo è l’oggetto principale del carattere festivo della domenica. E festa perché l’evento della risurrezione porta a compimento in Gesù le promesse di Dio, che vuole fare di ogni uomo un suo commensale al banchetto eterno del Regno. La domenica nei primi secoli è stata anche chiamata ottavo giorno, per significare che tale giorno è segno e caparra della nostra eter­na comunione con il Risor­to al banchetto del Cielo. Per questo la domenica è particolarmente caratteriz­zata dall’assemblea che si raduna attorno alla stessa mensa, dove Cristo risorto, come ai discepoli di Emmaus, svela il senso delle Scritture e spezza il pane per noi (Cf Preghiera eucaristica V/A). Non è un caso che la domenica coin­cida con il primo giorno della settimana ebraica (Mt 28,1), quando, secondo la descrizione della Genesi, Dio dà inizio alla creazione. Con la Risurrezione infatti s’inizia un mondo nuovo, una nuova umanità, quella che non fa più riferimento al primo Adamo ribelle, ma a Cristo, il nuovo Adamo, realizzando in pienez­za l’uomo secondo l’immagine e il progetto di Dio. Quell’uomo nuovo che, attraverso le opere della carità, cerca di trasformare questa vita terrestre in un’immagine di quella terra nuova dove gli uomini realizzano una gioiosa comunione di vita con Dio e fra loro.

PASQUA EBRAICA PASQUA CRISTIANA

LA festa di Pasqua in origine era collegata a un rito primaverile dei popoli nomadi che, per ottenere la protezione lungo  il viaggio alla ricerca dei nuovi pascoli, sacrificavano alla divinità un agnello. Le sue ossa non dovevano essere spezzate.  Le carni venivano mangiate tenuta di viaggio («con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano»), durante un  pasto veloce lo mangerete in fretta») e il suo sangue veniva sparso sui pali delle tende, come per scongiurare ogni sorta di pericoli (cf Es 12,1-14) Ma con l'esodo dall’Egitto questa festa assume un nuovo significato: indicare (e «ricordare» ogni anno) la liberazione dalla schiavitù egiziana. Nella tradizione biblica questa liberazione diverrà il modello di ogni altro intervento di Dio a favore degli uomini, fino a indicare lo stesso intervento definitivo di Dio nella Risurrezione di Gesù. Nella Pasqua annuale (come quella celebrata da Gesù) il credente israelita fa memoria della liberazione   dell’esodo, associandovi i momenti e i fatti più significativi della storia della salvezza. Celebrando questa festa ci si immergeva nella ricchezza di questa storia e si ringraziava Dio per l’intensità dei suoi interventi. Nel ri­to della Pasqua, che andò man mano definendosi e perfezionandosi, con­fluiscono i due grandi poli della sto­ria della salvezza: il passato della creazione e futuro  dell’èra messianica. La notte di Pasqua, che vede Israe­le sottratto alla schiavitù e alle acque del Mar Rosso, ricorda la notte della creazione, quando questo nostro mondo venne tratto dal caos e dal nulla. Questa stessa notte apre il credente alla speranza dell’intervento decisivo e finale di Dio, che segna la vittoria totale sul male. E la notte dell’esodo definitivo, la notte della Pasqua di Gesù, nella quale si realizza questa grande vittoria. Al centro della Pasqua cristiana va posta la persona di Gesù, nella quale convergono le figure bibliche dell’Agnello, del Servo e del Messia. At­torno a queste figure, che Gesù realizza in pienezza nella sua persona, Antico e Nuovo Testamento si illu­minano reciprocamente. L’Agnello, centro della Pasqua ebraica, è ora il corpo di Gesù «offerto per noi». Il sangue dell’agnello cosparso sui pali delle tende dei nomadi e sugli stipiti delle case degli -ebrei è ora il sangue di Gesù "‘versato per noi». Pasqua ed Eucaristia si richiamano perciò a vicenda. 1l Servo sofferente di Dio, che nella tradizione biblica ha compreso il progetto di salvezza che si realizza attraverso il dolore e la morte, si identifica ora con la persona di Gesù, che porta a compimento questo progetto accettando la croce. La figura del Messia, cuore di tutta la Bibbia, si concretizza ora nella persona di Gesù. La sua attesa, che percorre tutti i libri biblici, termina con la venuta di Gesù e con il dono della salvezza definitiva da lui offerta nella sua Pasqua di risurrezione. Con questo evento giungono al loro traguardo le grandi tappe della storia della salvezza. La creazione, l’elezione di Abramo, il sacrificio di Isacco, l’esodo dall’Egitto, il dono della terra da abitare, il dono della parola che salva, dell’alleanza e della legge, il ritorno dall’esilio e la ricostruzione del popolo biblico anticipano e prefigurano la salvezza offerta da Gesù e nella sua Pasqua acquistano il loro significato pieno e definitivo per tutte le genti.

LE PARTI DELLA MESSA

Riti di introduzione

     Ingresso con canto

          Saluto del sacerdote

Atto penitenziale

          Gloria (Preghiera di lode)

         Orazione (Colletta)

LITURGIA DELLA PAROLA

          Prima Lettura (dall’Antico Testa­mento, o dagli Atti degli Apostoli)

         Salmo responsoriale

          Seconda Lettura (da una lettera degli Apostoli, o dall’Apocalisse)

          Canto al Vangelo

Proclamazione del Vangelo

-             Ornella

          Professione di fede (Credo)

          Preghiera universale (Preghiera dei fedeli)

 

LITURGIA EUCARISTICA

1)                    — Preparazione e presentazione dei doni (0ffertorio)

          (Eventuale processione offertoriale e canto)

—Preghiera sulle offerte

2)— Preghiera eucaristica

—Memoriale - Consacrazione

3) — Riti di Comunione

—Padre nostro

          Rito della pace -

          Frazione del pane e canto «Agnello di Dio»

        Comunione eucaristica del sacerdote e dell’assemblea (processione per la Comunione)

-Orazione dopo la Comunione Riti di conclusione

Saluto

—Benedizione

Congedo

  LA CELEBRAZIONE DELL’EUCARISTIA

MESSA è un termine oggi molto chiaro per tutti ma, per la verità, poco significativo. Si riferisce, infatti, a un elemento molto secondario della celebrazione: il congedo. Infatti missa nel tardo latino indicava l’invio (Ite missa est = Andate, è il congedo). Oggi di solito si parla di Eucaristia, ma molti riferiscono questa espressione solo al frutto della celebrazione che è il Corpo del Signore nel segno del pane (l’ostia consacrata). E preferibile dire Celebrazione dell’Eucaristia. Perché preferire questo antico termine greco? Perché Eucaristia traduce meglio ciò che Gesù fece durante l’ultima Cena: «Prese il pane e rese grazie...». Questo termine significa infatti rendimento di grazie. Così il sacerdote invita l’assemblea liturgica prima della Preghiera Eucaristica: «Rendiamo grazie al Signore nostro Dio». Con tale consapevolezza la Chiesa dei primi secoli diede questo nome alla celebrazione del mistero di Cristo. Ma perché rendere grazie? Come si è detto, il giorno del Signore fa memoria della risurrezione di Gesù, evento che porta a compimento le promesse di Dio all’uomo, facendolo partecipe di una vita senza fine. Mentre gli Israeliti rendevano grazie per le meravigliose opere compiute da Dio nell’esodo dall’Egitto, Gesù, con quelle parole che sono al centro della celebrazione eucaristica, invita i suoi discepoli a far memoria di lui, del suo Corpo donato e del suo Sangue versato. In altre parole, Gesù dichiara apertamente che lui è il vero Agnello pasquale che salva i figli del popolo di Dio; lui è la vera Pasqua, cioè il vero passaggio dalla schiavitù e da ogni idolatria alla libertà, dalla morte alla vita. Ogni volta che si celebra l’Eucaristia Dio attualizza le sue promesse e noi ribadiamo il nostro Battesimo, la nostra adesione a Cristo e ci impe­gniamo a percorrere le sue orme, quale nuovo Mosè che ci apre il cammino verso la nuova Gerusalemme, dove parteciperemo in pienezza alla vita del Risorto. La comunione, che è il normale compimento della celebrazione, avviene all’insegna della frazione del pane, cioè nel segno della condivisione. Infatti il vero rendimento di grazie a Dio si manifesta nella conformazione della nostra vita a quella di Cristo. Lo avevano capito molto bene i cristiani della prima generazione, che «erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nella preghiera... e tenevano ogni cosa in comune,... secondo il bisogno di ciascuno» (Cf Atti 2,42-45).

 

TANTI NOMI PER UN SOLO SACRAMENTO

EUCARISTIA, rendimento di grazie a Dio. I termini «eucharistein» (Lc  22,19; 1Cor 11,24) e «euloghein» (Mt  26,26; Mc 14,22) ricordano le benedizioni ebraiche — specie per i pasti  ­che proclamano oggi come ieri le opere di Dio, la creazione, la redenzione e la santificazione.

­CENA DEL SIGNORE, perché è  memoria della Cena che il Signore  ha consumato con i suoi discepoli  alla vigilia della sua Passione e della  cena delle nozze dell’Agnello (Cf Ap 19,9) nella Gerusalemme celeste.

FRAZIONE DEL PANE, segno tipico della cena ebraica e segno di condivisione, è stato utilizzato da Gesù durante l’ultima Cena. Da questo gesto i discepoli lo riconoscono dopo la Risurrezione (Cf Lc 24,1 3-35), e  contale espressione i primi cristiani  designarono le loro assemblee domenicali.

ASSEMBLEA EUCARISTICA (in greco: synaxis), poiché la celebrazione avviene nell'assemblea dei fedeli, espressione visibile della Chiesa.

MEMORIALE della Passione e della Risurrezione del Signore. Significa ricordare/rivivere l’evento salvifico di Dio che oggi si rinnova nella storia. In questo senso l'Eucaristia non è solo ricordo, ma l'attuazione del sacrificio di Cristo nell'oggi della Chiesa e tensione verso la realtà gloriosa di Cristo Risorto.

SANTO SACRIFICIO, perché attualizza l'unico sacrificio di Cristo Salvatore che porta a compimento tutti i sacrifici dell'Antica Alleanza e comprende anche l'offerta che la Chiesa fa di sé stessa. Si usa dire anche: santo sacrificio della Messa "sacrificio di lode" (Eb 13,15), sacrificio spirituale, sacrificio puro e santo.

SANTA E DIVINA LITURGIA. Espressione usata presso la Chiesa Orientale. La Liturgia della Chiesa trova il suo centro e la più completa espressione nella celebrazione del sacramento. Nello stesso senso si chiama pure celebrazione dei Santi Misteri

SANTISSIMO SACRAMENTO, in quanto l'Eucaristia costituisce il Sacramento dei Sacramenti. Con questo nome si indicano comunemente le specie eucaristiche conservate nel tabernacolo.

  (Cf CCC nn. 1328 -1332)

 

 L’ASSEMBLEA SI RADUNA

Perché andare a Messa la domenica? Io prego meglio in casa da solo, oppure quando, durante la settimana, entro in una chiesa vuota!». Spesso, è vero, da soli si prega meglio. L’assemblea domenicale, paradossalmente, non è fatta per pregare “meglio”, cioè secondo i nostri gusti, ma per celebrare insieme i mi­steri pasquali di Cristo. Come afferma la Costituzione conciliare sulla Chiesa, Lumen Gentium: «Dio non in-tende condurre alla salvezza ogni uomo singolarmente, ma insieme, come un unico popolo» (n. 18). 11 primo esodo pasquale per l'antico Israele esprime chiaramente questo progetto: è soltanto insieme, accettando di diventare parte di un popolo, che noi possiamo raggiungere la Terra Promessa. Non a caso Gesù, parlando del suo esodo pasquale, che è anche il nostro, afferma: «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Può darsi che da soli si preghi meglio, ma più spesso c’è il pericolo che ognuno si faccia un Dio a propria immagine e somiglianza. Ora Dio ci chiama ad ascoltare la sua Parola, non quella che scegliamo secondo la nostra opportunità. Così come ci invita ad accogliere il prossimo che si mette sul nostro cammino. Ora, anche attraverso l’assemblea liturgica Dio ci chiede di metterci nel giusto contesto della fede cristiana che si esprime soprattutto nello sforzo di essere Chiesa, cioè nell’accettare di vivere con gli altri, di camminare con loro, di con dividere gioie, lotte e speranze... Come ha fatto il Verbo di Dio che si è fatto car­ne e si è fatto nostro compagno di viaggio. Una fede che non accetta questa dimensione comunitaria non è certo quella di cui parla Gesù. Inoltre non si è cristiani per sé stessi, ma per manifestare al mondo come Chiesa, nella condivisione, il progetto di Dio e il suo amore offerto a tutti. Non ci si raduna la domenica sola­mente per un dovere cultuale, ma per dare un corpo visibile alla Chiesa, affinché sia per tutti un segno e un richiamo. La nostra presenza nell’assemblea domenicale rientra quin­di nell’ambito di quella testimonianza che ogni cristiano è tenuto a dare di fronte al mondo intero. Questa è la motivazione dottrinale e storica del cosiddetto precetto festivo

I RITI DI INTRODUZIONE

COME è difficile mettersi in sintonia per poter davvero comunicare con una persona! Bisogna aprirsi all’altro, creare uno spazio di silenzio esteriore e soprattutto interiore per poter ascoltare e dialogare. Ecco perché la tradizione liturgica della Chiesa ha posto lungo i secoli gesti, riti e preghiere all’inizio della celebrazione eucaristica allo scopo di preparare gli animi a un autentico dialogo con Dio. Per entrare in contatto con Dio, più ancora che con i nostri simili, è necessaria una preparazione. E non basta il silenzio, l’attenzione ed eseguire materialmente ciò che dice in proposito il Messale. L’accoglienza vera, che apre i cuori all’incontro con Dio, non è il risultato di semplici formalità. Lo stesso ambiente può disporre o meno all’incontro. Un luogo freddo, dispersivo, trascurato, senza un segno di decoro e di bellezza (per es. un fiore e una tovaglia pulita... o una effigie sacra) indispone e spinge a chiudersi in sé stessi. Anche l’ambiente deve esprimere e sollecitare il calore e la gioia dell’incontro. Inoltre assume particolare importanza il canto d’ingresso, il cui scopo «è quello di dare inizio alla celebrazione, favorire l’unione dei fedeli riuniti, introdurre il loro spirito nel mistero del tempo liturgico e della festività, e accompagnare la processione del sacerdote e dei ministri» (MR 25). Quindi prima di scegliere un canto è necessario tener presenti queste fi­nalità. Inoltre una breve introduzione del commentatore alla liturgia del giorno e al canto che ne segna l’inizio sarebbe oltremodo opportuna. L’accoglienza trova poi la sua espressione più solenne nel saluto del presidente le cui prime parole, dopo il segno della croce, mettono in evi­denza che non si tratta di un raduno qualsiasi: «il Signore sia con voi». Ciò significa che Cristo è presente in quella assemblea di fedeli. Ecco dunque il primo salto qualitativo che i cristiani sono chiamati a fare non senza un certo impegno: bisogna prendere coscienza che l’assemblea liturgica è convocata per accogliere Gesù Cristo che si fa realmente presente con la sua Parola e con i suoi segni che danno salvezza (Cf SC9).

DALL'ATTO PENITENZIALE ALL' ORAZIONE DEL SACERDOTE

RICORDATE Mosè di fronte al roveto ardente quando prese coscienza di essere alla presenza di Dio? «Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio» (Es 3,6). Lo stesso sentimento può sorgere quando prendiamo coscienza che nell’assemblea liturgica ci troviamo di fronte ad una particolarissima presenza di Cristo. Pertanto sentiamo maggiormente il peso delle nostre infedeltà. Ma alla paura si deve sostituire una serena fiducia perché molto più grande è la misericordia di Dio. Nell’Atto penitenziale è previsto un breve spazio di silenzio (che potrebbe sempre essere introdotto ogni volta con parole appropriate). Non si tratta di un vero e proprio esame di coscienza, ma di riconoscere in modo generale e comunitario la nostra povertà per poter essere in grado di accogliere quel dono di salvezza che nella Messa trova il suo vertice e la sua fonte principale. Non è un sostitutivo del sacramento della Penitenza (Confessione), quantunque sia in grado di cancellare i cosiddetti peccati leggeri o veniali, sempre se si è ben disposti. Questo atteggiamento penitenziale esprime una dimensione fondamentale della vita cristiana: la conversione, senza la quale non ci può essere alcun vero incontro con Dio. Il Messale sottolinea con forza questo atteggiamento proponendo quattro modi per esprimere il desiderio di conversione: la recita del Confesso a Dio; alcune invocazioni salmiche; le invocazioni a Cristo con la recita o il canto del Signore, pietà; l’aspersione con l’acqua benedetta, che è un richiamo alla fedeltà battesimale. Ad esclusione dei tempi di Avvento e Quaresi­ma i riti di introduzione alla Messa domenicale o festiva comportano anche il canto del Gloria. E un inno di lode antichissimo (forse del Il sec.) sullo stile dei cantici biblici, che, dapprima, entrò nella Messa di Natale e poi in tutte le altre Messe festive. Come tale dovrebbe essere cantato possibilmente da tutta l’assemblea, ma anche la sola recita resta sempre significativa e ricca, in quanto evidenzia la natura trinitaria di Dio a cui ci rivolgiamo. L’orazione del sacerdote (o colletta), preceduta da un breve spazio di si­lenzio, conclude i Riti di introduzione. Per mezzo di essa viene espresso il carattere della celebrazione. Il suo contenuto si riallaccia alla Parola di Dio che viene proclamata e al miste­ro celebrato e nello stesso tempo interpreta le preoc­cupazioni e la fi­ducia del cristia­no di fronte agli eventi della storia quotidiana. ll sacerdote rivolge la preghiera a Dio Padre, per mezzo di Gesù Cristo, nello Spirito Santo, e il popolo fa sua l’orazione acclamando l’Amen. L’orazione del sacerdote conclude tutti quei riti che hanno lo scopo di preparare i cuori all’ascolto e all’accoglienza della Parola di Dio.

LA LITURGIA DELLA PAROLA

QUANDO due persone si amano, si parlano e si pongono in affettuoso ascolto reciproco. Ma anche il rapporto interpersonale con Dio ha inizio con la parola e l’ascolto. Ovviamente l’iniziativa è di Dio che si rivela all’uomo. Per questo al centro della celebrazione eucaristica c’è la proclamazione della Parola di Dio, fondamento di quell’alleanza che è sancita dal Corpo donato e dal Sangue versato di Cristo. Gesù, infatti, durante l’ultima Cena disse: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore» (Cv 15,10). Quindi se non si realizzano l’ascolto e l’accoglienza sincera della Parola di Dio viene vanificato il sacrificio di Cristo. È opportuno sottolineare che la proclamazione della Parola di Dio non è una semplice introduzione alla liturgia eucaristica; la proclamazione della Parola di Dio e il sacrificio di Cristo costituiscono un unico atto di culto (SC 56). Perciò non si può dire che la Messa è “buona” dalla presentazione delle offerte alla comunione. È quindi in­concepibile che si arrivi in ritardo. «Ma la Parola di Dio la posso leggere anche a casa per conto mio, e anche con maggior attenzione». Non c’è dubbio che la Bibbia debba trovare uno spazio anche nella vita spirituale della famiglia. Fosse così in tutte le famiglie cristiane! Ma dobbiamo sottolineare che Dio rivolge principalmente la sua Parola a un popolo, anzi, vuole che la sua Parola costituisca un popolo. E questo si rende visibile ed efficace nel momento della partecipazione all’assemblea liturgica. Mancando la nostra presenza a questo momento della celebrazione noi rifiutiamo in pratica di testimoniare davanti al mondo questo progetto. Non solo, ma la Parola di Dio nell’assemblea liturgica ha un valore e una forza che non possiede in altri contesti. Essa, infatti, nel momento liturgico costituisce una reale presenza di Cristo (SC 7). Nell’assemblea liturgica la Parola di Dio assume una dimensione sacramentale che non può avere fuori del rito.

IL DIALOGO TRA DIO E L'UOMO

AFFINCHÉ' la mensa della Parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza, vengano aperti più largamente i tesori della Bibbia in modo che, in un determinato numero di anni, si legga al popolo la parte migliore della Sacra Scrittura» (SC 51). In base a questa decisione, fin dal 1969, venne realizzato un nuovo lezionanario, cioè un’organica raccolta di brani scritturistici per le domeniche, le feste (Lezionanario domenicale festivo) e per i giorni della settimana (Lezionario feriale), senza dimenticare le ce­lebrazioni dei santi (Lezionario dei Santi), quelle dei riti sacramentali (Lezionario per le Messe rituali), e le messe votive (Lezionanio per le Messe "ad diversa» e votive) e quelle del ciclo mariano (Lezionario per le Messe della Beata Vergine Maria). Oggi abbiamo, pertanto, un ciclo domenicale trien­nale (A, B e C) e un ciclo feriale biennale (anni pari e dispari). Per dare maggiore abbondanza di Parola di Dio e per meglio manifestare l’unità sostanziale dell’Antico e del Nuovo Testamento si è ritornati all’antica struttura delle tre letture: Antico Testamento, Apostolo e Vangelo. Queste letture sono legate da un’unità tematica nelle domeniche di avvento, quaresima e tempo pa­squale. Nelle domeniche del tempo ordinario, in genere, solo la prima lettura è scelta in concordanza con il Vangelo. La seconde lettura introdu­ce altre tematiche. E importante conoscere questi semplici criteri per non cercare inutilmente collegamenti forzando il significato dei testi. Infine è importante tenere presente la struttura generale della Liturgia della Parola nelle domeniche e solennità. La lettura dell’Antico Testamento ci riconduce agli inizi, cioè alla promessa e a tutti quegli eventi che nell’antico Israele avevano valore di segno in vista della piena realizzazione in Cristo. Con il salmo responsoriale la Chiesa fa propri i sentimenti di speranza, di supplica e di lode che hanno caratterizzato per secoli l’attesa del popoio di Dio. Atteggiamenti che sono ancora indispensabili anche al nuovo popolo di Dio per poter preparare il proprio cuore ad accogliere oggi Colui che il Padre ha inviato. La parola dell’Apostolo (seconda let­tura) attualizza di solito in chiave cristologica questi stessi sentimenti presentando anche le condizioni morali per poter accogliere Cristo, Colui che è la via, la verità e la vita. Al vertice di questo itinerario c’è infatti la solenne proclamazione del Vangelo, la persona stessa di Cristo, la Parola fatta carne. Ecco perché nella liturgia il Vangelo viene circondato da particolare venerazione e solennità, dai ceri, dall’incenso e viene prodlamato dal ministro ordinato. La Persona di Gesù, il suo esempio, il suo comando è l’ultima, la più compiuta parola che il Padre ci ha dato. Dopo di che c’è soltanto più la nostra scelta, la nostra risposta, la nostra adesione oppure il nostro rifiuto

UFFICI E MINISTERI AL SERVIZIO DELLA PAROLA

L‘ATTUALE struttura liturgica cerca di coinvolgere tutti quanti in un autentico dialogo con Dio. «La tradizione liturgica ha affidato il compito di proclamare le letture bibliche nella celebrazione della Messa a determinati ministri: ai lettori e al diacono» (Cf Premesse aI Lezionanio n. 49). Non si tratta di coreografia. Per questo la parola del Vangelo nel con­testo liturgico è affidata al ministro ordinato: per mettere in evidenza che si tratta del vertice della rivelazione, anche se il messaggio di Dio nella sua globalità è affidato a tutta la Chiesa, cioè ad ogni battezzato. Ogni cristiano che voglia essere coerente con il nome che porta non può infatti non essere annunciatore! È' attraverso il lettore che il popolo di Dio manifesta questa sua missione; un compito che richiede consapevolezza e preparazione, che deve essere soprattutto spirituale; ma è anche necessaria quella propriamente tecnica (Cf Premesse al Lezionanio n. 55). Solo nella misura in cui viene instaurato un vero dialogo inte­riore fra la Parola di Dio e ciascun membro dell’assemblea il salmista o cantore può assolvere al suo compito di guidare la preghiera. Il salmo responsoriale è una preghiera e non una lettura! Per questo la normale esecuzione del salmo prevede in primo luogo il canto o almeno un re­sponsorio cantato.Anche per sottolineare il genere letterario diver­so non è bene che il salmo sia proclamato dalla stessa persona che ha fatto la lettura. Poiché il salmo, con il suo responsorio, è sempre collegato tematicamente alla lettura che prece­de, sarebbe assai opportuna una breve monizione per evi­denziare ai fedeli que­sto legame. Il canto dell’alleluia introduce alla solenne procla­mazione del Vangelo. che si ascolta in piedi. Anche l’Omelia deve essere intesa come un aiuto perché la Parola di Dio proclamata sia percepita come la buona notizia, un invito incoraggiante perché la vita quoti­diana sia conforme a quella Parola. Infine l’assemblea manifesta la sua attiva partecipazione comunitaria attraverso l’ascolto della Parola proclamata. In tutti i documenti liturgici si parla infatti sempre di ascolto da parte dell’assemblea e mai di una semplice lettura! Non si tratta di un aspetto secondario. L’assemblea dei fedeli deve manifestare la sua comunione nell’ascolto della Parola di Dio, che non può ridursi pertanto ad una lettura privata e simultanea.

PICCOLA GUIDA PER IL LETTORE

1.11 lettore dev’essere consapevole dell’importanza del servizio liturgico a cui è chiamato. Deve svolgerlo con fede e attenzione, ricordando che non si è veri proclamatori della Parola di Dio se prima non si è stati attenti suoi uditori.

2. I testi liturgici vanno letti in anticipo, cercando di capirne bene il significato, altrimenti chi ascolta non comprenderà quanto vie­ne proclamato.

3. Si devono pronunciare con senso e con chiarezza tutte le parole, rispettando i ritmi e i tempi del testo.

4. E necessario infatti lasciare spazio a chi ascolta di accogliere quanto si sta proclamando.

5. La punteggiatura indica le pause per la lettura e per la comprensione del testo. Si legge con calma, respi­rando ad ogni capoverso, o prima di ogni concetto importante.

6. Leggendo una preghiera occorre pregare con il cuore”.

7. Non vanno lette le indicazioni rubricali: “Prima Lettura”, “Salmo responsoriale” ecc.

8. Quando si leggono presentazioni o introduzioni, è meglio usare un tono diverso, non solenne come quello per proclamare la Parola di Dio.

9.  Se è necessario, conviene fare delle prove con il microfono, in presenza del sacerdote o altri, in modo che la voce risulti chiara e comprensibile, e non rimbombi.

10.       Ci si accosta al leggìo senza fretta, facendo prima riverenza all’altare con un inchino; così pure nel ritornare al proprio posto. Si inizia la lettura quando tutti sono seduti e in silenzio. La paura e l’ansia si vincono con una respirazione ampia e profonda.

     DALLA PROFESSIONE DI FEDE ALLA PREGHIERA DEI FEDELI

AL termine della Liturgia della Parola troviamo la professione di fede, cioè il Credo, e la preghiera universale.«Il Simbolo, o professione di fede, nella celebrazione della Messa, ha lo scopo di suscitare nell’assemblea, dopo l’ascolto della Parola di Dio nelle letture e nell’omelia, una risposta di assenso, e di richiamare alla mente la regola della fede, prima di incominciare la celebrazione dell’Eucaristia» (PNMR 43).La professione di fede, nelle domeniche e solennità, può essere espressa con il Simbolo niceno­costantinopolitano (il Credo che viene normalmente recitato nelle nostre assemblee), oppure con il Simbolo apostolico, più breve e antico (Il sec.), quello che ancora oggi viene “consegnato” sotto forma dialogi­ca nel Battesimo e che il Messale Ro­mano consiglia per le assemblee liturgiche in quaresima e nel tempo pasquale. Per sua natura la professione di fede non può essere delegata a nessuno. Per questo le norme prevedono che il Simbolo sia cantato o recitato da tutta quanta l’assemblea. L’ascolto della Parola di Dio non solo sfocia in una rinnovata professione di fede, ma anche in una preghiera che assume le dimensioni della Chiesa universale. L’importanza della cosiddetta preghiera dei fedeli, ripristinata dalla riforma conciliare, è così espressa dal Messale: «Nella preghiera universa­le, o preghiera dei fedeli, il popolo, esercitando la sua funzione sacerdotale, prega per tutti gli uomini» (PNMR 45). Non si tratta quindi di una qualsiasi preghiera devozionale; si tratta piuttosto dell’espressione visibile ed efficace della mediazione sacerdotale della Chiesa intera a favore del mondo. La comunità cristiana, come Mosè sul monte, anzi, come Cristo sulla croce, in quanto suo “corpo mistico”, presenta a Dio le suppliche e le speranze di tutti gli uomini e di tutte le donne. Questa è la preghiera universale e per questo ha un suo schema preciso che privilegia nell’ordine le necessità della Chiesa, del mondo, dei sofferenti ed infine della comunità locale. E una preghiera liturgica che, pertanto, non può essere ridotta ad espressioni di carattere individuale o settoriale e di gruppi.

 

IL PRECETTO PAOLINO DELLA PREGHIERA UNIVERSALE

«Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità... Voglio dunque che gli uomini preghino, dovunque si trovino, alzando al cielo mani pure senza ira e senza contese» (lTm 2,1-8).

LA LITURGIA EUCARISTICA

Dopo aver fatto memoria della storia della salvezza, che trova il suo compimento nella vita e nell’insegnamento di Gesù, ci si inserisce in questa storia unendoci a Cristo per mezzo del segno sacramentale, che lui stesso ha scelto, cioè attraverso il segno della cena pasquale. La Liturgia eucaristica, nella sua globalità, non fa che riprendere ritualmente i quattro gesti fondamentali che Gesù fece nell’ultima Cena: prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli. Ora a questi quattro gesti corrispondono i quattro momenti costitutivi della Liturgia eucaristica: presentazione dei doni, azione di grazie, frazione e co­munione. Prese il pane. A questo gesto corri­sponde oggi La preparazione e la pre­sentazione dei doni, talvolta solennizzata con una processione. Non si tratta tanto di offrire a Dio delle cose, ma di preparare quei segni attraverso i quali Cristo attualizza oggi la sua offerta unendoci a lui. L’unica vera offerta che possiamo presentare a Dio è il corpo e sangue del suo Figlio. Insieme con il pane e con il vino, fin dai primissimi decenni del cristianesimo, si è posto anche il segno della nostra carità verso i poveri. L’amore, la riconciliazione col prossimo è con­dizione previa per poter offrire a Dio il sacrificio di Cristo ed essere riconciliati con lui (Cf Mt 5,23-24). Il povero, l’affamato, chi soffre per le conseguenze dell’ingiustizia, è certamente un fratello che ha qualcosa “contro di noi” e a ragione perché il superfluo, secondo il Vangelo, non ci appartiene (san Basilio)! In questo contesto, nonostante tutte le deformazioni e i malintesi, rientra l’elemosina in denaro o m beni di consumo che si fa durante la Messa. Nel frattempo colui che presiede prepara il pane e il vino pronunciando sottovoce due formule desunte dall’antico rituale ebraico delle benedizioni. A questa lode può essere associata l’assemblea, ma non neces­sariamente, soprattutto se viene eseguito un canto di carattere offertoriale. La lavanda delle mani da parte del sacerdote, da gesto pratico richiesto dal fatto di aver preso in mano diversi doni, lungo i secoli ha assunto un significato più generale, ed è diventato un rito simbolico per esprimere il desiderio di purificazione interiore.

LA PREGHIERA EUCARISTICA

Siamo giunti al cuore della Messa; lo dimostra la solenne introduzione che ci esorta ad elevare i cuori a Dio per rendere a lui grazie. La preghiera cristiana è in primo luogo un fare memoria e ringraziare poiché Dio in Cristo tutto ci ha donato. Tocca ora a noi attingere a questa fonte inesauribile di salvezza che è la Messa. Per questo il significato della Preghiera eucaristica non si esaurisce nelle parole dell’Istituzione (la consacrazione): «Questo è il mio Corpo... Questo è il calice del mio Sangue...». Più precisamente la Chiesa, per bocca di colui che presiede, fa memoria di tutta la storia della salvezza che trova il suo culmine nella vita, passione, morte e risurrezione di Gesù, e invoca la forza dello Spirito Santo, perché quell’unico sacrificio di Cristo diventi operante oggi anche per noi e per ogni uomo. Questa finalità ci aiuta a comprendere il senso e la struttura della Preghiera eucaristica che prende il via con il prefazio, il quale, di volta in volta, specialmente nelle feste e solennità, evidenzia un particolare motivo di rendimento di grazie.Il prefazio raggiunge il suo apice nel canto del santo, al quale di norma partecipa tutta quanta l’assemblea unendo la sua voce a quella degli angeli e dei santi. La Preghiera eucaristica continua poi con l’epìclesi, la solenne invocazione dello Spirito Santo, per mezzo dell’imposizione delle mani sul pan e sul vino, affinché, con la sua potenza, diventino per noi il Corpo e il Sangue del Signore. Seguono le pan de del memo­riale di Cristo il racconto dell’ultima Cena e la consacrazione. del pane e del vino). È' in questo ampio con testo che ce­lebriamo la reale presenza di Cristo sotto i segni del pane e del vino, divenuti suo Corpo  e suo Sangue. Fiduciosi di questa presenza e ricchi dei meriti del suo unico e mirabile sacrificio, noi possiamo presentarci davanti a Dio riconciliati, in grado di pregare con efficacia per la Chiesa e i pastori, per i vivi e per i defunti, in grado di offrire veramente noi stessi.  Ciò che la Preghiera eucaristica esprime con la solenne dossologia finale: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli». L’Amen che segue è il più importante fra tutti quelli pronunciati dall’assemblea. Questo “Amen” è una vera professione di fede comunitaria. San Girola­mo (1V secolo) ricordava con orgoglio che nelle chiese tale “Amen” «prorompeva come un tuono». Infatti questa dossologia (= espressione di lode) proclama l’intera dinamica della salvezza: per mezzo di Gesù Cristo, unico mediatore, ed intimamente uniti a lui per il Battesimo e la coerenza di vita, noi, animati dallo Spirito Santo, che è carità, possiamo rendere un vero culto a Dio e realizzare per sempre la nostra piena comunione con lui.

E importante l’Eucaristia?

L’Eucaristia è il cuore e il culmine della vita della Chiesa, perché in  essa Cristo associa la sua Chiesa e tutti i suoi membri al proprio sacrificio di lode e di rendimento di grazie offerto al Padre una volta per tutte sulla croce: mediante questo sacrificio egli effonde le grazie della salvezza al suo Corpo, che è la Chiesa.

Chi offre il sacrificio eucaristico?

È Cristo stesso, sommo ed eterno sacerdote della Nuova Alleanza, che, agendo attraverso il ministero dei sacerdoti, offre il sacrificio eucaristico. Ed è ancora lo stesso Cristo, realmente presente sotto le specie del pane e del vino, che costituisce l’offerta del medesimo sacrificio.

UN PANE SPEZZATO PER UNA MENSA FRATERNA

PER la Chiesa dei primi cristiani il gesto di spezzare il pane era così importante da indicare la Celebrazione eucaristica. Con l’espressione frazione del pane infatti già nel Nuovo Testamento si intende ciò che oggi chiamiamo Messa. I discepoli di Emmaus riconobbero Gesù allo spezzar del pane! Un gesto che per i più oggi passa quasi inosservato, ma che riassume in qualche modo tutto il senso dell’Eucaristia. La frazione del pane; nel contesto sacrificale dell’ultima Cena, è chiaramente un segno di quella morte cruenta attraverso la quale Cristo manifesta e realizza la totale comunione d’amore fra Dio e l’umanità. Non a caso durante la frazione del pane la Tradizione orientale, passata in Occidente fin dal IV sec., ha posto il canto dell’Agnello di Dio; un chiaro riferimento all’Agnello immolato, predetto da Isaia ed esaltato nella visione dell’Apocalisse. Ma la frazione del pane, come ad Emmaus (Lc 24,13-35), come in riva al lago quando Gesù compì la moltiplicazione dei pani (Mc 6,30-44), è anche un segno di condivisione. Negli Atti degli Apostoli la comunità cristiana unisce intimamente la frazione del pane con la comunione fraterna. Non è lecito in­fatti partecipare alla mensa del Signore se poi non si è disponibili ad accogliere alla propria mensa i nostri fratelli, se non si è pronti a condividere il pane con i poveri (Cf Atti 2,42-48). Forse è anche per questo motivo che a papa Gregorio Magno (sec. VI) non sembrò fuori luogo fare del Padre nostro una preghiera di preparazione alla comunione, più che una appendice alla Preghiera eucaristica, come era stato fino ad allora. In questa preghiera infatti, come in ogni preghiera cristiana, si rende in primo luogo lode a Dio e si prega perché venga il suo regno. Ma subito dopo, come logica conseguenza dell’avvento di questo regno, si chiede il cibo quotidiano per ogni uomo e si proclama quel perdono fraterno che è condizione previa e misura del perdono di Dio verso di noi. Ecco dunque il Padre nostro, con il suo embolismo: “Liberaci o Signore...” (appendice che amplia e attualizza l’ultima richiesta di liberarci dal male), che insieme con la preghiera per la pace prepara la frazione del pane, gesto altamente significativo per poter partecipare consapevolmente al banchetto eucaristico. Per rendere più esplicito il significato di questo terzo momento della liturgia eucaristica la riforma conciliare ha dato la possibilità di porre a questo momento, nel rito romano, il segno della pace (nel rito ambrosiano si trova all’inizio della liturgia eucaristica). È infatti la capacità di comunione, di riconciliazione, di fraterno perdono che ci riveste di quell’abito nuziale necessario per aver parte all’eterno banchetto del cielo, di cui la Messa è segno e anticipo.

Che cosa avviene nella consacrazione?

Mediante la consacrazione si opera la transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo. Sotto le specie consacrate del pane e del vino Cristo stesso, vivente e glo­rioso, è presente in maniera vera, reale e sostanziale con il suo Corpo e il suo Sangue, la sua anima e la sua divinità.

 

BEATI GLI INVITATI ALLA CENA DEL SIGNORE

LA comunione al Corpo e al Sangue di Cristo è la normale e logica conclusione della celebrazione dell’Eucaristia. La mentalità fiscale del precetto domenicale ha fatto dimenticare che la comunione è elemento integrante del Sacrificio eucaristico, co­me è chiaramente affermato dallo stesso Gesù: «Prendete e mangiatene tutti». Fino al XIII sec. in Occidente, come si è conti­nuato in  Oriente fino ai nostri giorni, la comu­nione veniva data ai fedeli sotto le due specie del pane e del vino. Poi per ragioni diverse, non ultime quelle igieniche, è stato favorito l’affermarsi della comunione soltanto otto il segno del pane Oggi è nuovamente possibile la comunione sotto le due specie, anche se restano non pochi e ovvi disagi, soprattutto nelle grandi assemblee.Il momento della comunione è preceduto da una proclamazione e da una invocazione assai significativa:«Beati gli invitati alla Cena del Signore». Nel testo latino si dice: «Cena dell’Agnello». Il  che ne rende più chiaro il senso, alludendo alla Cena dell’Agnel­lo dell’Apocalisse (19,9). Anche se la invocazione aggiunge subito: «Ecco l’Agnello...». Il banchetto eucaristico della Messa è infatti segno e anticipo della nostra partecipazione al banchetto del Cielo. L’invocazione che segue è ispirata alla frase umile e fiduciosa del centurione romano: «Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato». Alla dimensione ecclesiale ed escatologica (cioè che riguarda il banchetto eterno alla fine dei tempi), si aggiunge anche la dimensione peni­tenziale, in forma singolare, che molto opportunamente evidenzia come solo l’infinito amore di Dio può ren­dere ciascuno di noi, nonostante la nostra miseria, degno di aver parte alla vita divina. La riforma conciliare ha poi ripristinato la processione di comunione attraverso la quale insieme e in piedi ci si accosta al banchetto eucaristico. Cosi come è stata anche restaurata l’antica modalità di ac­cogliere il Corpo di Cristo sul palmo della ma no (Assemblea Cei 17 maggio 1989), proprio come l’atteggiamento del mendicante che accoglie l’offerta. L’Amen individuale che sottolinea questa accoglienza del Corpo del Signore, insieme a quello comunitario al termine della Preghiera eucaristica, è della massima importanza. Si tratta infatti di una professione di fede davanti all’Eucaristia posta nelle nostre mani. Un autentico gesto di adorazione e di impegno a conformarci a quel Cristo che si è fatto nostro cibo per trasformare la nostra vita secondo l’originario progetto del Padre. «All’offerta di Cristo si uniscono non soltanto i membri che sono ancora sulla terra, ma anche quelli che si trovano già nella gloria del cielo. La Chiesa offre infatti il sacrificio eucaristico in comunione con la Santissima Vergine Maria, facendo memoria di Lei, come pure di tutti i santi e di tutte le sante» (CCC n. 1370).

UN CONGEDO UNA MISSIONE

DOPO la Comunione è bene porre un breve spazio di silenzio prima dell’orazione finale. La celebrazione si chiude “in fretta”, senza particolari sviluppi per sottolineare la tensione tra Parola di Dio e risposta dell’uomo, tra nutrimento e vita. In questa modalità della liturgia c’è un insegnamento: l'assemblea non si raduna per attardarsi in una specie di  autogodimento. Ma si raduna per poi disperdersi nel tessuto della vita quotidiana, portando i frutti dello Spirito Santo, che sono «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé...» (Gai 5,22). Ecco il senso autenti­co di questa conclusione della Messa. Diaconi, accoliti e ministri straordinari della Comunione sono invitati a recarsi presso gli infermi per portare il Corpo del Signore proprio al termine della Messa, quasi come un prolungamento di questa. 1l congedo, infatti, è un mandato, una missione, perché la nostra vita diventi chiara testimonianza del Vangelo. Nessuno proibisce di rimanere in chiesa dopo la Messa per un perso­nale ringraziamento. Tuttavia il più bel ringraziamento alla Messa, se co­sì possiamo dire, è una vita quotidiana alimentata dalla preghiera e guidata dagli insegnamenti di Cristo; una vita di fraterna comunione che, proprio nel giorno del Signore, può e deve trovare spazi privilegiati perché la vera festa cristiana non è completa se non è segnata dalla carità.

Quali sono le condizioni per accostarci degnamente alla Comunione eucaristica?

Chi vuole ricevere Cristo nella Comunione eucaristica deve essere in stato di grazia. Se uno è consapevole di aver peccato mortalmente non deve accostarsi all’Eucaristia senza prima aver ricevuto l’assoluzione nel sacramento della Penitenza.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

Mi  lascio immergere nel mistero dell’Eucaristia a cui partecipo? Occorre aprire gli occhi della fede e domandarsi: che cosa sto vivendo? Sto vivendo un evento incredibile, che comprende cielo e terra, che mi coinvolge e mi trasforma, qualunque siano i miei sentimenti esterni.— La Messa attualizza la Chiesa. Quando vi partecipo, so guardarmi intorno con uno sguardo profondo? Non per distrarmi, per vedere chi c’è e se la tal persona ha il vestito nuovo, ma per dire a me stesso: qui c’è la Chiesa, lo Spirito Santo...— La Messa sintetizza gli elementi essenziali della vita della Chiesa. La celebrazione dell’Eucaristia si dispiega in solidarietà, dialogo, servizio fraterno nei confronti di tutti e di ciascuno, anche verso i nemici da amare e da perdonare. La Messa, infatti, è la radice, la sorgente, il motore della vita della Chiesa, in particolare nella solidarietà, nel dialogo, nel servizio fraterno. Come sento, come vivo il rapporto tra Eucaristia e carità, Eucaristia e vita quotidiana? Chiediamo che, in ogni Messa, lo Spirito Santo ci faccia entrare nella molteplicità delle ricchezze del mistero eucaristico con occhi pieni di stupore e con il cuore colmo di riconoscenza.                    (Cf Card. Carlo Maria Martini)

 

IL GRUPPO LITURGICO

L ‘INTRODUZIONE al Messale (PNMR nn. 58-73) descrive i vari ministeri o servizi che sono previsti nella celebrazione della Messa. Al n. 62 raccomanda che: «...I fedeli si dimostrino pronti a servire con gioia l'assemblea del popolo di Dio, ogni volta che sono pregati di prestare qualche servizio particolare nella celebrazione» e al n. 69 aggiunge: «E bene che vi sia qualcuno incaricato di predisporre con cura le celebrazioni e di preparare i ministri». In modo ancora più esplicito, la necessità di un Gruppo Liturgico è richiesta dal n. 73: «La preparazione pratica di ogni celebrazione liturgica si faccia di comune intesa fra tutti coloro che sono interessati rispettiva­mente alla parte rituale, pastorale e musicale, sotto la direzione del rettore della chiesa, e sentito anche il pare­re dei fedeli per quelle cose che li riguardano direttamente». Chine fa parte. Innanzitutto sacerdoti e diaconi che presiedono le celebrazioni, poi i lettori e gli accoliti che abbiano o meno ricevuto l’istituzione, il salmista, il commentatore, gli addetti all’accoglienza, al servizio di carità, l’organista, il cantore... 11 Gruppo Liturgico è un gruppo aperto, dinamico, capace di rinnovarsi e di camminare insieme all’assemblea. È bene che tutti coloro che sono chiamati o scelgono di farvi parte considerino tale impegno come un dono; per i ministri ordinati o i religiosi e le religiose va ritenuto parte della loro chia­mata al ministero; per tutti gli altri una chiamata del Signore al servizio, con una spiritualità che li qualifica a servire il popolo di Dio, e si alimenta alle sorgenti della Scrittura e della liturgia, sui binari dell’Anno liturgico con al centro la Pasqua e i Misteri della vita del Signore Gesù, al ritmo della domenica. Che cosa fa, quando e come? Il Gruppo cura la propria formazione e competenza; programma le celebrazioni della Comunità, perché partecipi tutta. Ogni membro assume con gioia il proprio ruolo e impegno e lo compie con dedizione, costanza e competenza. Anima gli incontri di preghiera, i funerali, le feste particolari della comunità e lega il suo servizio alla carità. Si raduna con periodicità fissa per pregare, istruirsi, verificare e programmare; si procura sussidi e ne prepara per la comunità; si sceglie un responsabile coadiuvato da altre persone e svolge sempre con profonda gioia del cuore il suo servizio, spesso nascosto ma prezioso, adoperandosi perché il popolo cli Dio preghi, canti,faccia comunità, celebri nella festa Gesù Salvatore e poi trasfiguri il mondo.                    

VERSO IL BANCHETTO DEL CIELO

NELLA Liturgia, «culmine» della vita ecclesiale, la tensione escatologica trova il suo massimo rilievo. Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia rinnoviamo la Cena del Signore, «in attesa che egli ritorni». La Costituzione Liturgica Sacrosanctum Concilium afferma: «Nella Liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste, che viene celebrata nella santa città di Gerusalem­me, verso la quale tendiamo come pellegrini» (n. 8). Urge ricuperare, — afferma Mons. Mariano Magrassi in Vivere l’Eucaristia — a livello concreto, questo valore cristiano: di una attitudine di vigilanza, di gioiosa aspettativa, di «pregustamento» delle realtà celesti, di intima comunione con l’assemblea del cielo. L’Eucaristia trova così il suo posto tra la Pasqua e il banchetto escatologico. Vi è come una catena continua che va dall’ultima Cena al banchetto messianico, passando attraverso i pasti del Risorto e il banchetto eucaristico della comunità.

 

GESTI E ATTEGGIAMENTI

Non solo l’agire comunitario esprime la profonda comunione della Chiesa come un unico corpo, ma ogni singolo gesto e atteggiamento intende annunciare una verità di salvezza.

RADUNARSI - Convenire in uno stesso luogo è il segno fondamentale della preghiera della Chiesa. E mani­festazione del progetto di Dio che vuole fare degli uomini il suo popo­lo, la sua famiglia. E in funzione di questo segno il bisognodovere della Chiesa di radunarsi nel giorno del Signore per celebrare l’Eucaristia.

IL SEGNO DELLA CROCE

 - È il gesto distintivo del cristiano. Con esso si dà inizio a ogni celebrazione, indicando che essa è compiuta nel nome della Trinità. Quando tracciamo sul nostro corpo il segno della croce noi facciamo memoria dei due misteri principali della fede battesimale: la Santissima Trinità e l’incarnazione, passione, morte e risurrezione di Gesù. E un segno di appartenenza e al tempo stesso di benedizione.

STARE IN PIEDI - 11 cristiano sta in piedi davanti a Dio con la dignità del figlio. Inoltre lo stare in piedi è l’atteggiamento di chi celebra la Pasqua in attesa dell’ultima venuta di Cristo. Per questo il sacerdote all’altare pre­ga sempre in piedi a nome di tutta quanta l’assemblea.

INGINOCCHIARSI - Pregare in ginocchio era considerato dai Padri come un atto specificamente penitenziale. Ma è anche l’atteggiamento umile della preghiera individua

SEDERSI - Mettersi a sedere consente al corpo di trovare il riposo senza rigidezza. né rilassamento. Non è soltanto l’atteggiamento di chi insegna, ma anche proprio di chi ascolta: Maria, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola (Lc 10,39).

LE BRACCIA ALLARGATE E LE MANI ALZATE - E l’atteggiamento classico dell’orante; di una persona in piedi con le mani alzate estese. (Vedi l’Ora nte, alla Catacomba di Priscilla a Roma). Il sacerdote lo assume per le preghiere più solenni a nome dell’intera assemblea. Le braccià al­largate con le mani alzate verso il cielo esprimono la nostra povertà, la nostra supplica, ma anche la nostra fiducia in quell’aiuto che può venirci soltanto dall’alto. Nella Messa, durante la recita o il canto del Padre nostro, che riassume in qualche modo tutte le preghiere del cristiano, anche l’assemblea può assumere questo significativo atteggiamento.

LE MANI GIUNTE - Costituiscono un gesto che esprime raccoglimento privato, concentrazione, meditazione e supplica personale. Per questo le norme liturgiche non danno indicazioni al riguardo per l’assemblea.

  ANDARE IN PROCESSIONE - Il camminare insieme verso l’altare del Signore è invece un forte segno del cammino della Chiesa nel suo esodo verso la patria del cielo. In questa luce dobbiamo vedere la processione d’ingresso, la processione con i doni per dare inizio alla preghiera eucaristica e, soprattutto, la processione per accostarsi alla mensa eucaristica per la comunio­ne. Ci si accosta insieme alla mensa per manifestare il cammino dell’esodo e quella comunione fraterna che è, nello stesso tempo, condizione previa e frutto della comu­nione al Corpo del Signore.

 IL SILENZIO - È un elemento capace di promuovere la partecipazione attiva dei fedeli. In proposito l’istruzione sul Messale afferma: «Si deve osservare anche, a tempo debito, il sacro silenzio. La sua natura di­pende dal momento in cui ha luogo nelle singole celebrazioni» (n. 23). Momenti di silenzio sono previsti do­po l’atto penitenziale (riconosciamo i nostri peccati»), quando il sacerdote invita alla preghiera (Preghiamo»), dopo la lettura del Vangelo, dopo l’omelia, dopo la comunione. Questi sono prescritti come “propri” della celebrazione e coinvolgono tutta l’assemblea.

 PICCOLO VOCABOLARIO

  ALLEANZA - L’alleanza fra Dio e l’uomo è il traguardo del progetto di salvezza che trova la sua piena realizzazione in Cristo, dono totale di Dio all’uomo e offerta perfetta dell’uomo a Dio. Perciò troviamo questo termine nella consacrazione, nel cuore della Messa.

 ALTARE - L’altare è il punto centrale per tutti i fedeli. E il segno permanente del Cristo sacerdote e vittima, è mensa del sacrificio e del convito pasquale che il Padre imbandisce per i figli della casa comune, sorgente e segno di unità e di carità.

AMBONE (da anabainein salire) - L’ambone è il luogo della Parola di Dio, dal quale si proclamano le letture, il salmo responsoriale, il preconio pasquale; vi si possono tenere l’omelia e la preghiera dei fedeli. Sarebbe però mancare di rispetto al luogo della Parola usarlo abitualmente per altri interventi: guidare un canto, eccetera.

AMEN (=è vero, è così, è degno di approvazione) - E l’espressione con la quale l’assemblea ratifica ogni preghiera. E termine ebraico derivato dal verbo aman credere. E una professione di fede tanto breve quanto pregnante.

ANAFORA (da anaphora il portare su, offrire) - E sinonimo di Preghiera eucaristica.

  ANAMNESIS (= ricordo, commemorazione) - La parte della preghiera eucaristica che segue il racconto dell’istituzione e della consacrazione.

ASSEMBLEA - E il raduno dei battezzati attorno alla Parola di Dio e ai ministri della Chiesa per celebrare, uniti a Cristo, il mistero pasquale.

CAMPANE - Risale all’antichità l’uso di ricorrere a segni o a suoni particolari per convocare il popolo cri­stiano alla celebrazione liturgica comunitaria; per informarlo sugli avvenimenti più importanti della comunità locale; per richiamare nel corso della giornata a momenti di preghiera, specialmente al triplice saluto (Angelus) alla Vergine Maria (Benedizionale 1455). CANTO - «L’azione liturgica riveste una forma più nobile quando è celebrata in canto, con i ministri di ogni grado che svolgono il loro ufficio, e con la partecipazione del popolo. In questa forma di celebrazione, infatti, la preghiera acquista un’espressione più gioiosa, il mistero della sacra Liturgia e la sua natura gerarchica e comunitaria vengono manifestati più chiaramente, l’unità dei cuori è resa più profonda dall’unità delle voci» (Musicam sacrain 5).

COLLETTA (orazione) - Si fa risalire l’introduzione di questa preghiera, posta prima della Liturgia della Parola, a papa Leone Magno (440-461). Dal verbo latino colligere  raccogliere) esprime nello stesso tempo sia l’assemblea raccolta in un cuore solo e un’anima sola, sia la preghiera che raccoglie i sentimenti e le suppliche di tutti i presenti.

COLORI LITURGICI - «La differenza dei colori nelle vesti sacre ha lo scopo di esprimere, anche con l’uso di mezzi esterni, la caratteristica particolare dei misteri della fede che vengono celebrati, e il senso della vita cristiana in cammino lungo il corso dell’anno liturgico»; sono colori liturgici il bianco, l’oro, il rosso, il verde, il viola o il nero, il rosa (Cf PNMR 307-310).

COMUNIONE (due volte nello stesso giorno) - 11 can. 917 del CIC del 1983 recita: «Chi ha già ricevuto la santissi­ma Eucaristia, può riceverla una seconda volta nello stesso giorno, sol­tanto entro la celebrazione eucaristica alla quale partecipa».

DIGIUNO - E l’astinenza parziale o totale dal cibo per motivi penitenziali o disciplinari. Oggi si hanno due soli giorni di digiuno: il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo. In questi giorni si fa un unico pasto completo. Vi sono obbligati i fedeli maggiorenni fino al 60° anno iniziato(Cf CIC can. 1252). Il digiuno eucaristico consiste nell’astenersi per lo spazio di almeno un’ora prima della comunione da qualunque cibo e bevanda, fatta eccezione per acqua e medicine (Cf CIC can. 919).

  EPÌCLESI (da epikaléo = invocare) -Indica l’invocazione solenne dello Spirito Santo. Durante la Preghiera eucaristica vi è una duplice epìclesi: una affinché lo Spirito Santo trasformi il pane e il vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo; l’altra affinché faccia dell’assemblea il corpo mistico di Cristo, la sua Chiesa.

MINISTRANTE (o inservienti o chie­richetti/e) - I ministranti svolgono un ministero liturgico. Essi perciò esercitano il proprio ufficio con la sincera pietà e l’ordine. Bisogna che siano permeati con cura dello spirito liturgico, siano formati a svolgere la propria parte secondo le norme stabilite e con ordine (Cf SC 29).

MINISTRI STRAORDINARI DEL­LA COMUNIONE - Uomini o donne incaricati dal Vescovo o, in caso di necessità, dal singolo presidente (cele­brante), che aiutano e assistono il sacerdote durante la distribuzione della Comunione, se mancano altri sacerdoti o diaconi. Dopo la celebrazione della Messa i ministri straordinari portano l’Eucaristia ai malati (Cf Immen­sae caritatis, 29 gennaio 1973; Cf Messale Romano Il ed. pag. 1046).

VIATICO (= provvigione per il viaggio)

- Con questo nome si indica il sacra­mento dell’Eucaristia dato ai morenti. Il viatico si riceve, se possibile, durante la Messa, sotto le due specie: la comunione in forma di viatico è infatti un segno della partecipazione al mistero celebrato nel sacrificio della Messa, il mistero della morte del Signore e del suo passaggio al Padre.

  L’EUCARISTIA AL CENTRO

Il culto eucaristico

LA celebrazione dell’Eucaristia è il centro di tutta la vita cristiana, l’origine e il fine del culto che ad essa viene reso fuori della Messa. Scopo primario della conservazione dell’Eucaristia fuori della Messa è l’amministrazione del Viatico; scopi secondari sono la distribuzione della Comunione e l’adorazione di Nostro Signore Gesù Cristo, presente nel Sacramento: un culto che poggia su valida base, soprattutto perché la fede nella presenza reale del Signore porta naturalmente alla manifestazione esterna e pubblica di questa fede (Cf Rito della Comunione fuori della Messa e culto eucaristico, Cei). «La Chiesa e il mondo hanno grande bisogno del culto eucaristico, Gesù ci aspetta in questo sacramento dell’amore. Non risparmiamo il nostro tempo per andare a incontrarlo nell’adorazione, nella contemplazione piena di fede e pronta a riparare le grandi colpe e i delitti del mondo. Non cessi mai la nostra adorazione» (Giovanni Paolo II, Dominicae cenae. 3). Riportiamo un’affermazione tratta dalla ricca dottrina di don Giacomo Alberione (1884-1971), fondatore della Famiglia Paolina, circa la visita eucaristica: «È un incontro dell’anima e di tutto il nostro essere con Gesù. E la creatura che s’incontra con il Creatore. È il discepolo che si pone ai piedi del Maestro Divino».

Dall’Eucaristia alla carità

Alla luce dell’Eucaristia, sacramento della carità, anche il “fare carità” dei cristiani assume modali­tà e forme di intervento nelle situazioni più disparate della vita. Forme che sono né puramente tecnico-assistenziali, né polemiche verso altre istituzioni. Bisogna piuttosto approfondire l’originalità della carità eucaristica nella vita della Chiesa di oggi e come testimonianza al mondo. Scrive l’Arcivescovo di Siena, Mons. Gaetano Bonicelli (Cf Venite alla festa!): «Vorrei che si parlasse di più, specialme