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Spesso le frasi antiche e solenni del «Credo» scorrono
automaticamente sulle nostre labbra senza parlare al nostro cuore e alla nostra
intelligenza. Eppure anchesse sono «Vangelo», buona novella di liberazione, di
pace, di speranza. Nelle parole del «Credo» i cristiani appartenenti a secoli e nazioni
diverse si riconoscono parte di quella grande famiglia
di Dio che è la Chiesa.
Le pagine di questo opuscolo sono un commento essenziale al
«Credo». Non hanno altra pretesa se non di guidare alla scoperta della luce semplice e
profonda che si sprigiona dalle formule del «Credo» nelle quali la fede è trascritta
per orientare la nostra vita e per illuminare lintera storia del mondo.
La storia del "Credo"
Fin dal tempo degli Apostoli i discepoli del Signore hanno
espresso la loro fede in formule chiare e precise. Già nel Nuovo Testamento incontriamo
delle brevi professioni di fede. Le più antiche sono formule «cristologiche»:
esse esprimono fiducia totale in Gesù Salvatore, che Dio Padre ha risuscitato dai morti
(ad esempio At 2,3 Rm 10,9). Troviamo anche delle formule «trinitarie» (ad
esempio Mt 28,19;
Ef 4,4-6) che erano utilizzate sia nella celebrazione del
Battesimo, sia nellesortazione ai cristiani a vivere secondo il volere di Dio.
Nei secoli successivi si formarono i «Simboli», nei quali
veniva articolata la fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Nel III secolo,
nella comunità di Roma, era usato durante la celebrazione del Battesimo il cosiddetto
«Simbolo apostolico» che esprime in modo sintetico e ordinato il messaggio di salvezza
testimoniato dagli Apostoli.
Nei Concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (381) i
Vescovi precisarono la formulazione della fede cristiana opponendosi agli errori di chi
negava la divinità di Gesù (Ano) e dello Spirito Santo (Macedonio). A Nicea i Vescovi
ripresero una professione di fede in uso nella comunità cristiana di Cesarea e la
completarono con precise affermazioni su Gesù («Della stessa sostanza del Padre», «Dio
da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero»). A Costantinopoli venne ripresa la
formulazione di Nicea e completata mediante alcune precisazioni sullo Spirito Santo. Nel V
secolo le comunità della Siria cominciarono a usare, nella celebrazione eucaristica,
questo Credo, chiamato «Simbolo niceno-costantinopolitano». Anche le comunità cristiane
di Spagna e della Gallia accolsero questuso, che divenne abituale per la chiesa di
Roma verso il 1020.
Dal secolo XI in poi le comunità cristiane dellOccidente
professano la loro fede durante la Messa con le parole del Simbolo
niceno-costantinopolitano, divenuto norma autorevole per valutare la retta fede dei
credenti.
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1° I0 CREDO
«Io credo». E questa la prima parola del
Credo, ed è anche la prima e fondamentale parola di un cristiano. Cristiano è
essenzialmente uno che crede. «Io credo» non è però solo la prima parola che
pronuncia. Tutta la sua esistenza infatti dovrebbe essere costruita sul fondamento di
quell»io credo» iniziale, al punto da poter dire che egli vive di fede. Nel
linguaggio comune il verbo «credere» viene usato con diversi significati, i cui estremi
sono costituiti da un senso debole e da un senso forte. In senso debole, credere
significa avere unopinione nientaffatto certa e sicura. Diciamo per esempio:
credo che tu abbia ragione, credo che domani farà bello... Non è questo il senso che un
credente intende esprimere dicendo «Io credo». La fede, infatti, non è una
pura e
semplice supposizione. Esiste anche un senso forte del verbo credere.
In questo
caso una persona, pur non sapendo qualcosa in base a conoscenze dirette, lafferma
tuttavia con certezza. Essa può fare ciò perché si fida di un altro che garantisce
che le cose stanno così. In questo caso, colui che crede instaura un rapporto di
fiducia con la persona della quale si fida.
Nella nostra vita facciamo molti atti di fede in questo senso:
crediamo a un amico, a un esperto, al medico... Non siamo in grado di verificare come
stiano esattamente le cose; e tuttavia affermiamo che stanno in un certo modo perché ci
fidiamo di una persona che sa e ci dice la verità. A partire da questa esperienza
possiamo renderci conto del significato che un cristiano attribuisce allespressione
«io credo». Credere significa fidarsi di Gesù Cristo che ha parlato e agito a nome di
Dio, con lautorità stessa di Dio.
Scrutando le parole e le azioni di Gesù, noi riusciamo a
intravedere qualcosa del mistero di Dio, dei suoi disegni sull umanità e sulla
storia, del suo volere nei nostri confronti. Credendo in Gesù, noi in primo luogo ci
fidiamo diluì, e in secondo luogo accettiamo quanto egli ci propone a nome di Dio stesso.
Emerge così la struttura dellatto di fede, che si può sintetizzare dicendo:
appartiene alla fede credere a qualcuno e credere qualcosa. Io credo a
qualcuno che mi dice qualcosa.
La fede è credere a qualcuno
Si tratta di credere a Dio, che ci ha
parlato per mezzo di Gesù Cristo, e di credere a Gesù Cristo, per mezzo del quale
Dio si è manifestato e donato a noi. Latto di fede è essenzialmente fiducia,
confidenza, abbandono nei confronti di Dio e di Gesù Cristo. La Bibbia ci indica una
serie di persone per le quali la fede, come atteggiamento di fiducia assoluta verso Dio,
è stata determinante nella loro vita: Abramo, i profeti, la Madonna, i primi discepoli di
Cristo... Gesù stesso chiedeva alle persone che lo avvicinavano di credere in lui.
La fede non è un atto cieco e irrazionale. Il credente si
fida di Dio, di Gesù Cristo, dopo essersi reso conto di chi si tratta. Il Concilio
Vaticano I caratterizza la fede come un «omaggio ragionevole». Ciò che rende
ragionevole la fede è soprattutto il fatto che Gesù è risuscitato dai morti. Questo
straordinario intervento di Dio nei confronti di Gesù garantisce che ci si può fidare
diluì, che egli è linviato di Dio, che dietro alle sue parole e azioni ci sta Dio
stesso.
Oltre che rapporto di fiducia fra persone, la fede è anche
accettazione di un contenuto di verità da credere e di disposizioni da mettere in
pratica. Il Credo, dopo aver espresso il movimento di fiducia del credente nelle Persone
divine (Credo in Dio Padre, in Gesù Cristo, nello Spirito Santo),
enuncia le verità da credere. Il fatto che la fede abbia un contenuto formulabile e
professabile sta a indicare che il nostro credere non è un puro sentimento, e neppure una
vaga esperienza religiosa. La fede si riferisce a delle realtà oggettive, situate al di
fuori di noi, e che noi accogliamo perché ci vengono annunciate come buona novella da un
teste autorevole. San Paolo diceva: «La fede dipende dalla predicazione, e la
predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo» (Rm 10,17). Dunque la
fede non ce la fabbrichiamo noi secondo i nostri gusti o secondo le mode di una
determinata epoca. Se la fede fosse soltanto una nostra esperienza soggettiva, un qualcosa
di fabbricato da noi, essa non potrebbe essere linizio e il fondamento sul quale
riposa la nostra salvezza. La salvezza, da intendere come liberazione dal peccato, dalla
sofferenza, dalla morte, e come rapporto filiale con Dio, e fraterno con gli altri uomini,
possiamo riceverla unicamente da Dio stesso. Nella fede riconosciamo innanzitutto che la
salvezza è dono, e che tale dono giunge a noi da parte di Dio per mezzo di Cristo e del
suo Spirito.
Per crescere nella fede
La fede è un rapporto con Dio in cui sono
coinvolte tutte le dimensioni delluomo. Essa esige soprattutto limpegno
dell'intelligenza e del cuore delluomo. La fede ha dei contenuti che bisogna
conoscere e approfondire con lo studio della Bibbia, della tradizione della Chiesa, del
magistero, e con il confronto con altri credenti, specialmente con coloro che si
distinguono per la santità della vita e per il coraggio della testimonianza. La fede è
incontro personale con Dio che occorre ravvivare con preghiera intensa e costante. La
fede autentica non è mai stata facile, e ogni epoca presenta le sue resistenze e
obiezioni. Ai nostri giorni il credente avverte spesso di vivere in unatmosfera
che non sempre facilita la fede. Cè infatti una diffusa tendenza ad attribuire
importanza solo a ciò che è controllabile coi mezzi tecnicoscientifici. Affinché la
fede possa nascere e crescere bisogna creare un clima adatto, fatto di attesa, di
disponibilità, di ricerca di senso, di gratuità, di amore.
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2° CREDO IN DIO
Il primo articolo della fede riguarda Dio: «Io credo in Dio».
In nessuna lingua esiste una parola tanto usata e abusata come la parola «Dio».
Martin Buber, un filosofo ebreo del nostro secolo, ha scritto
che «Dio è la più carica di tutte le parole umane». Intere generazioni umane hanno
gettato su questa parola il peso della loro esistenza piena di angoscia, e lhanno
calpestata e insudiciata. Ma Dio è anche il nome col quale gli uomini,
nellinvocazione e nella preghiera, si sono rivolti a un «Tu» capace di
comprenderli, al Dio vivente amico degli uomini.
«In tal modo -si domanda Buber -non è stata forse consacrata
per tutte le generazioni e per tutti i tempi questa parola Dio, questa parola
dellinvocazione che è diventata un nome?». Le parole di Buber, mentre ribadiscono
che non possiamo fare a meno di parlare di Dio e di invocarlo, ci avvertono pure che è
facile abusare del nome di Dio nel parlare e nellagire.
Mentre i credenti avvertono la difficoltà di parlare di Dio in
modo corretto, senza nominarlo invano, altri hanno scelto oggi di non parlare più di Dio,
o di parlarne unicamente per negarlo. Alcuni ritengono che Dio sia stato spodestato dal
suo trono dai progressi della scienza e della tecnica, per cui non avrebbe più alcuna
funzione da svolgere nel mondo. Per altri, Dio è una semplice illusione che luomo
si fabbrica per spiegare ciò che ancora ignora, per trovare consolazione nel dolore e
nella paura, per dare forma ai suoi desideri e ideali ecc. Per altri ancora Dio
devessere negato perché, qualora esistesse, luomo verrebbe privato della sua
libertà e autonomia. Altri, infine, rifiutano Dio in nome del male e del dolore esistenti
nel mondo.
SI sceglie o si rifiuta »un certo» Dio
Oggi ci sono persone che credono in Dio e altre
che non ci credono. Una domanda: qual è il Dio nel quale alcuni dicono di credere, e qual
è il Dio che altri rifiutano? Lammettere Dio e il negano dipendono molto spesso
dallidea che ci si fa di Dio stesso. Noi riteniamo di sapere già chi è Dio, e in
base a questo nostro presunto sapere (derivante spesso dalle nostre esperienze infantili,
dal rapporto coi genitori, dallinflusso esercitato sudi noi dallambiente
ecc.), decidiamo se Dio abbia diritto di esistere oppure no. Prima però di emettere un
giudizio positivo o negativo sullesistenza di Dio dovremmo chiederci: come possiamo
pretendere, con la nostra limitata intelligenza, di sapere già chi è Dio, per decidere
poi se egli abbia o no il diritto di esistere? E molto più saggio riconoscere che Dio
rimane una sfida per luomo, una sfida da accogliere sino in fondo, senza imboccare
facili scorciatoie o soluzioni di comodo.
Il Dio del cristiani è il Dio di Gesù Cristo
La fede cristiana ha qualcosa di originale da dire
riguardo a Dio. 11 Cristianesimo infatti non professa di credere in un Dio qualsiasi, ma
in quel Dio di cui ha parlato Gesù. Dio è una componente essenziale della buona novella
di Gesù. Se noi cancellassimo Dio dal messaggio di Gesù, gli toglieremmo il cuore
pulsante. È da Gesù che un cristiano apprende chi è Dio. Il Vangelo di Giovanni, dopo
aver affermato che «nessuno ha mai visto Dio», completa questa asserzione dicendo: «Il
Figlio di Dio, che è presso il Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18).
Il Credo di Israele
dichiarava solennemente: «Iahvè, il nostro Dio, è uno solo» (Dt 6,4). Gesù
conferma la fede di Israele in un unico Dio, però mostra nello stesso tempo la fecondità
del mistero di Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo (Trinità). Parleremo in seguito
della Trinità. È importante però ribadire che anche i cristiani sono monoteisti,
credenti in un solo Dio. Tale fede ha dei risvolti molto pratici per la vita dei credenti.
Credere in un solo Dio significa rinunciare ad attribuire un
valore assoluto alle cose e alle persone di questo mondo. La fede nellunico Dio
vieta, ad esempio, di piegarsi ai dittatori che in qualche modo vorrebbero usurpargli il
posto. In nome dellunico Dio i primi cristiani si opposero al culto
dellimperatore. La fede nellunico Dio si oppone al culto del potere e della
ricchezza. «Nessuno può servire due padroni:
Dio e il denaro», dice Gesù nel discorso della montagna (Mt 6,24).
Il Dio di Gesù
Cristo è il Dio della storia
Gesù parla di Dio nel contesto dei fenomeni
naturali (per esempio in Mt 6,30). Per Gesù Dio è il Creatore del mondo. Ma Dio
è per Gesù soprattutto colui che, dopo aver guidato la storia di Israele (il Dio di
Abramo, di Isacco e di Giacobbe: Mt 22,3 1-32), si rende ora presente in mezzo agli
uomini. Dio è colui che lo ha inviato, e nel nome del quale egli parla e agisce per
portare salvezza. Non dunque un generico Dio della natura, ma colui che, tramite Gesù, si
lascia coinvolgere nelle gioie e nelle sofferenze degli uomini.
Per i primi cristiani, Dio è soprattutto il Padre di Gesù
Cristo, è colui che lo ha risuscitato dai morti. Dunque un Dio della storia, un Dio
vicino, anche se nessuno mai lo ha visto. È un Dio che prende su di sé la debolezza e il
peccato degli uomini, consegnando, per amore, il proprio Figlio alla croce. E un Dio che
sta dalla parte degli oppressi e dei deboli di questo mondo. «Che cosa significhi
onnipotenza, sovranità universale secondo lidea cristiana,
lo si comprende solo davanti al presepio e alla croce» (Joseph Ratzinger).
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3. CREDO
NEL PADRE NEL FIGLIO E NELLO SPIRITO SANTO
Credo in Dio Padre onnipotente
Gli uomini di tutti i tempi hanno cercato di
decifrare le tracce di Dio nel mondo giungendo a riconoscere la sua esistenza. Ma
alluomo non basta sapere genericamente che esiste un Dio creatore. Luomo
desidera chiamare Dio col suo nome, accostarsi a lui per instaurare un rapporto di
adorazione e di amore. Ciò può avvenire soltanto se Dio stesso, con amore gratuito, ci
svela il suo volto e ci manifesta la sua vita intima. La fede cristiana riconosce che di
fatto è avvenuto così, dal momento che in mezzo agli uomini ha dimorato Gesù di
Nazaret. Alluomo è vietato farsi unimmagine di Dio. Dio stesso però ha preso
liniziativa di offrire alluomo limmagine di sé inviando nel mondo il
proprio Figlio. Qual è dunque il volto di Dio che ci è dato conoscere in Gesù? Gesù
rivela Dio in quanto ne è il Figlio. Il che vuoi dire che Dio è Padre. Qui sta la
novità essenziale che Gesù porta a proposito di Dio.
Innanzitutto Dio è il Padre di Gesù Cristo. Gesù si rivolge a
Dio chiamandolo col nome dolcissimo di Padre. Col Padre Gesù ha una relazione filiale
unica, senza paragoni (si veda Mt 11,27). Gesù ci assicura che Dio è anche
nostro padre, anche se noi non abbiamo col Padre quella relazione assolutamente unica che
compete solo a Gesù. Dio è nostro Padre non in virtù di una generazione biologica, ma
grazie a un rapporto libero e gratuito che egli instaura con noi, rapporto che la Bibbia
chiama con i nomi di elezione, alleanza, adozione, amore. La paternità di Dio è una
metafora che esprime sollecitudine, affetto, premura, vicinanza amorosa. La paternità di
Dio non va compresa a partire dalle nostre esperienze più o meno felici di paternità e
di figliolanza. È la concreta storia dì Gesù, il Figlio di Dio per eccellenza, che ci
svela la paternità di Dio. Il Padre, come emerge dal comportamento di Gesù, è colui che
si cura non solo dei buoni, ma anche dei cattivi e dei peccatori. Il Padre è colui che,
in Gesù, prende posizione in favore dei poveri, degli oppressi, dei senza dignità. Dio
è Padre perché gratuitamente perdona e accoglie nuovamente nella sua casa i figli
ribelli (si veda la parabola del figlio prodigo, che sarebbe meglio chiamare del padre
misericordioso). Paternità di Dio è dunque sinonimo di una straordinaria potenza
damore e di misericordia. In effetti, il nome più pregnante che il Cristianesimo
dà a Dio è quello di «Amore»: «Dio è amore» (1 Gv 4,16). Riconoscere Dio
come Padre vorrà dire per un credente imitare la sua paternità che libera luomo,
lo perdona, gli restituisce dignità. Ma vorrà dire soprattutto la necessità di
abbandonarsi al Padre, nella più completa fiducia filiale, soprattutto nel momento della
prova, come fece Gesù sulla croce.
Credo in Gesù Cristo
La sezione del Credo riguardante Gesù Cristo è
la più ampia e diffusa. Lo si può capire agevolmente. Ci è più facile infatti parlare
di Gesù che non del Padre e dello Spirito Santo, perché Gesù ha condiviso la nostra
vita in tutto «eccetto che nel peccato». La sua vicenda umana è situata nel tempo e
nello spazio. Ma ciò che soprattutto importa è il fatto che Gesù è la parola
definitiva che Dio ha detto agli uomini.
Gesù vero uomo
Ai nostri giorni la figura di Gesù gode dì un
alto indice di gradimento anche al di fuori degli ambienti cristiani. Gesù continua a
essere una delle figure più affascinanti della storia dellumanità. Molti sono
pieni di ammirazione per il sublime messaggio di Gesù e per il carattere esemplare della
sua persona. Vedremo in seguito che la fede cristiana richiede che non ci si fermi qui. E
tuttavia essa riconosce Gesù come uomo vero e autentico. Gesù non si presenta né si
comporta come un extraterrestre, ma come una persona profondamente inserita nella famiglia
umana e nelle vicende storiche del suo tempo. Gesù non è uno che fa finta di essere
uomo.
Leggiamo nel Vangelo
di Luca che egli «cresceva in sapienza, età e grazia» (Le 2,52). Gesù non visse
in un universo immaginario, in un mondo di favola (si pensi per esempio alle sue parabole
così ricche di vita reale e così cariche di situazioni umane). Gesù sperimentò la
vasta gamma dei sentimenti umani: la gioia, la commozione, lindignazione, la
tristezza, la paura.
Secondo la bella espressione di un autore francese, C.
Barreau, Gesù riunisce nella sua persona «lequilibrio dei contrari». Ecco qualche
esempio: Gesù è esigentissmo e profondamente comprensivo nello stesso tempo; insegna
una morale altissima, ma non condanna le persone; è dedito a Dio, ma anche rivolto agli
uomini; è uomo di preghiera e di azione, è forte e mite. Per questo molte persone, e non
solo i cristiani, percepiscono che Gesù è un loro fratello, il compagno di viaggio di
una vita che si vuole spendere per una nobile causa.
Lumanità di Gesù brilla soprattutto per la sua capacità
di donazione agli altri, fino al dono supremo della vita. Gesù è una persona libera nei
confronti di chiunque, e di tutte le tradizioni umane che non sono al servizio
delluomo. Lo riconobbero gli stessi avversari per i quali, secondo le parole
riferiteci dal Vangelo, Gesù è uno che «parla e insegna con rettitudine, e non guarda
in faccia a nessuno; ma insegna secondo verità la via di Dio» (Le 20,21s).
Gesù Figlio di Dio
Scoprire lumanità vera e profonda di Gesù,
ritrovare in lui un fratello e un amico: ecco la prima cosa da fare quando si ripercorrono
le pagine del Vangelo. Ma non possiamo arrestarci qui. Gesù stesso ci incalza con le
domande che pose un giorno ai suoi discepoli: «Che pensa la gente del Figlio
delluomo? Chi dicono che egli sia?... E voi che dite?» (Mt 16, l3s). La fede
cristiana risponde con le parole di Pietro: «Tu sei il Messia, il Figlio del Dio
vivente» (Mt 16,16). Pur riconoscendo la piena umanità di Gesù, la fede
cristiana non si arresta a essa. Essa esige molto di più, ed esprime questo «di più»
con i titoli che essa gli attribuisce chiamandolo Figlio di Dio, Signore, Salvatore,
Redentore, Luce, Vita ecc. Questi e altri titoli vogliono dire che Gesù non è solo
un esempio da ammirare ed eventualmente da seguire. Nellesperienza dei primi
discepoli fu soprattutto la risurrezione che li aiutò a comprendere che Gesù non era
solo un uomo, ma che in lui era presente e operante Dio stesso (vedi At 2,36).
Gesù, vero Dio e vero uomo
Nel corso dei secoli la costante preoccupazione della Chiesa
consistette proprio nel tenere unite, nella stessa professione di fede, lumanità
e la divinità di Gesù. Nei primi secoli la Chiesa dovette lottare su due fronti: contro
coloro che, negando la vera umanità di Gesù, gli attribuivano unumanità apparente
e fittizia (docetismo), e contro coloro che negavano la divinità di Gesù, ritenendolo un
semplice uomo adottato da Dio come suo figlio (arianesimo).
Contro lArianesimo si pronunciò il Concilio di Nicea (325)
dichiarando che Gesù era «della stessa sostanza del Padre». Più tardi, nel 451, il
Concilio di Calcedonia esprimerà la fede della Chiesa in Gesù Cristo tramite una
formulazione molto accurata: «Allunanimità noi insegniamo a confessare un solo e
medesimo Figlio: il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto
nella sua umanità, vero Dio e vero uomo..., della stessa sostanza del Padre per la
divinità, e della nostra stessa sostanza per lumanità...; da riconoscersi in due
nature, senza confusione, immutabili, indivise, inseparabili».
Gesù è Signore
La primitiva comunità cristiana, in seguito alla risurrezione,
ha ben presto applicato a Gesù il titolo di «Signore», e con tale nome lo ha invocato
nella preghiera. Così facendo i primi cristiani hanno dato a Gesù di Nazaret un nome che
gli ebrei di lingua greca usavano per designare Dio stesso. Il riconoscimento di Gesù
come Signore e come Figlio di Dio
costituisce il cuore stesso del Cristianesimo. Se Gesù,
oltre che vero uomo, non è anche il Figlio di Dio, nel mondo cè soltanto un
esortazione in più, un messaggio in più, ma noi restiamo immersi nei nostri peccati,
nella nostra solitudine, nellangoscia della morte e nella paura del nulla.
Unesortazione e un esempio in più non sono sufficienti a salvarci! Può davvero
essere nostro Salvatore solo uno che sia lincarnazione della potenza
dellamore dì Dio, il Figlio stesso di Dio.
Il Cristianesimo riconosce tutto ciò nella persona di Gesù. Ma
un tale riconoscimento non è alla portata delle sole forze e capacità umane, come fece
osservare Gesù a Pietro che lo aveva riconosciuto come Messia e Figlio di Dio (Mt 16,17).
La fede in Gesù quale Figlio di Dio è in primo luogo un dono, frutto della illuminazione
e della grazia di Dio. Noi possiamo però cercare dì renderci conto che la nostra fede
nel Figlio di Dio riposa su di un solido fondamento.
Dobbiamo innanzitutto fare i conti con un fatto sorprendente, I
primi cristiani hanno ben presto professato la loro fede in Gesù, Figlio di Dio. Lo
attestano, ad esempio, antichissime professioni di fede e inni, già in uso nella liturgia
delle prime comunità cristiane, conservateci dalle lettere di san Paolo (ad esempio: 1
Cor 8,6; 2 Cor 8,9; GaI 4,4; Rm 8,3.32; Fi! 2,6). Lo attesta
inoltre il comportamento dei primi cristiani verso Gesù quale lo possiamo constatare
negli Atti degli Apostoli. Come si può spiegare il sorgere di questa fede in Gesù
risorto, adorato e invocato come Figlio di Dio? Si tenga presente che la fede nella
divinità di Gesù sorse in un ambiente giudaicO come poteva un ebreo di quel tempo
accettare la divinità di Gesù senza venire meno alla sua fede in un unico Dio? Cè
ununica spiegazione possibile: Gesù stesso indicò in modo progressivo la sua
divinità. Ad esempio, rivendicando prerogative e poteri spettanti a Dio solo, come il
potere di rimettere i peccati. Per questo venne accusato di bestemmia (si veda Mc 14,64).
Gesù dispone della legge di Dio in modo sovrano con i suoi «ma io vi dico» (Mi 5,21.27.31-33).
Gesù rivendica una relazione unica e incomparabile col Padre (Mi 11,25-27), come
anche appare dal modo familiare con cui Gesù si rivolge al Padre col nome di «Abbà»
(papà). La risurrezione di Gesù dai morti diede un contributo decisivo al sorgere della
fede in lui quale Figlio di Dio perché aprì gli occhi dei discepoli e fece loro
comprendere la grandezza senza paragoni di Gesù.
Per la nostra salvezza discese dal cielo
Gesù è il Salvatore degli uomini. Col titolo di Salvatore Gesù
è annunciato ai pastori di Betlemme (Le 2,11), è indicato dalla donna samaritana (0v 4,42),
è designato da Pietro davanti al Sinedrio (At 5,31s).
Chiamando Gesù col nome di «Salvatore» i primi cristiani non
hanno inventato nulla. Essi hanno solo dato forma esplicita a quanto era già contenuto
nelle parole e azioni di Gesù, specialmente in quelle dellultima Cena. Gesù si
presenta come il servitore che è venuto a «dare la sua vita in redenzione per la
moltitudine» (Mc 10,45). Tutta la vita di Gesù fu un servizio al Padre e agli
uomini. Ma è nella sua morte che tale servizio si attua col massimo grado di intensità.
Gesù non subì la morte come un tragico destino, nè si limitò ad accettarla
passivamente. Gesù «dà la sua vita» (Mc 10,45). E questo dono cambia la nostra
situazione di fronte a Dio. Gesù infatti «è morto per i nostri peccati» (1 Cor
15,3). 11 suo corpo è stato dato per noi (vedi Ix 22,19). 11 suo sangue è
«versato per la moltitudine» (Mc 14,24), «in remissione dei peccati» (Mt 26,28).
La salvezza che la morte e la risurrezione di Gesù ci arrecano è designata dal Nuovo
Testamento con alcune immagini tratte dal patrimonio religioso-culturale di Israele: si
dice, ad esempio, che la morte di Gesù è un sacrificio che espia il peccato (Rm 3,25;
1 0v 2,2). Ciò significa che in Gesù, che per amore dona la sua vita, gli uomini
possono incontrate Dio che perdona e offre comunione di vita con sé. La morte di Gesù
è espiatrice perché è atto di amore supremo. Altre volte il Nuovo Testamento
caratterizza lattività salvifica di Gesù come liberazione, acquisto, riscatto,
redenzione (si veda 1 Cor 1,30; 6,20; Rm3,24; Ef
1,14). Lo sfondo sul quale bisogna interpretare questo linguaggio è lAntico
Testamento, che parla dellazione benevola di Dio che si fa vicino al suo popolo
per liberarlo dalla schiavitù, per stringere con esso lalleanza, per introdurlO
nella terra promessa. Gesù è Salvatore perché ci libera dal peccato e dalla morte, e ci
rende figli di Dio. In Occidente la salvezza è stata intesa soprattutto come liberazione
dal peccato, dal demonio e dalla morte. È una prospettiva che va completata con la
tradizione orientale, per la quale la redenzione consiste essenzialmente nella
comunicazione che Dio fa di sé in Cristo, effondendo lo Spirito Santo (divinizzazione).
La salvezza è una realtà da celebrare e da vivere. La celebriamo nei sacramenti,
soprattutto nel Battesimo e nellEucaristia. La viviamo allorché, liberati dal
peccato e resi figli di Dio, facciamo della nostra vita un dono a Dio e agli
uomini, vivendo nella gioia e nella speranza.
Nacque da Maria Vergine
La Madonna entra nel Credo con la sua qualifica più eccellente:
Madre di Cristo. Non è una maternità puramente biologica perché ella accetta di
diventare madre col sì della fede (Lc 1,38). E inoltre la sua è una maternità
singolare, che non è opera delluomo, ma dello Spirito Santo (si veda Lc 1,34s). La
madre accompagna il Figlio in alcuni momenti importanti della sua vita, ma è
soprattutto presente ai piedi della croce (Gv 19,25-27). Ritroviamo Maria,
allindomani della risurrezione di Gesù, in preghiera in mezzo al gruppo dei
discepoli in attesa dello Spirito Santo (At 1,14). Maria appartiene così a pieno
titolo alla storia della salvezza.
«Nella Vergine Maria scrisse Paolo VI tutto è
relativo a Cristo, e tutto dipende da lui. In vista di lui, Dio Padre da tutta
leternità la scelse Madre santa, e la ornò di doni dello Spirito, a nessun altro
concessi». Come tutti gli altri uomini, anche la Madonna è stata redenta da Cristo. E
tuttavia, mediante il sì generoso della sua fede, Mania occupa un posto che non compete a
nessun altro nella storia della salvezza.
La Chiesa cattolica riconosce e venera in Maria la Madre del
Signore e la Madre dei credenti; la onora come sempre vergine e piena di grazia sin
dallinizio della sua vita terrena; guarda con speranza a lei assunta in cielo con il
suo corpo.
Credo nello Spirito Santo
Per parlare dello Spirito Santo il Nuovo
Testamento usa le immagini del soffio, del vento, dellacqua, del fuoco, della
colomba ecc. Esse indicano che lo Spirito è principio di vita e di animazione, dinamismo
che fa sorgere qualcosa di nuovo in questo mondo.
LAntico Testamento annunciava che il Messia sarebbe stato
ripieno dello Spirito (Is 11,1-2), .e che nei tempi messianici ci sarebbe stata
uneffusione universale dello stesso Spirito (01 3,1-2). Il Nuovo Testamento
fa eco a queste promesse presentando Gesù e la Chiesa sotto il segno e sotto
lazione dello Spirito. Gesù è concepito per opera dello Spirito Santo (Le 1,35).
Al Battesimo lo Spirito discende su Gesù in forma visibile, lo manifesta quale Messia in
vista della sua missione in mezzo agli uomini.
Anche la Chiesa, a Pentecoste, riceve lo Spirito che Gesù aveva
promesso (At 1,8). 11 dono dello Spirito è per la Chiesa ciò che il battesimo
è stato per Gesù. È il battesimo della Chiesa, la quale, con la forza dello Spirito
Santo, potrà ora intraprendere la sua missione, superando disgregazione e
incomunicablità fra gli uomini, rovesciando la confusione di Babele, e trovando, anche in
mezzo alle tribolazioni, la gioia e il conforto dello Spirito (si veda At 9,31;
13,52).
Andiamo al Padre mediante Cristo nello Spirito
La comunità cristiana si rivolge a Dio col nome di Padre,
sapendo di essere la sua famiglia. Tutto ciò è stato reso possibile da Gesù Cristo. E
Gesù a sua volta è vivo e operante oggi, non puro ricordo confinato nel passatO, né
memoria storicamente lontana, proprio grazie allo Spirito.
La tradizione ha coniato anche una formula per esprimere il
movimento della vita cristiana: per mezzo di Cristo, nello Spirito, al Padre. Andiamo
al Padre, termine ultimo della nostra storia e del disegno divino
sullumanità, mediante Cristo, che è vissuto in mezzo a noi, è morto e
risuscitato, nello Spirito che attualizza e rende presente lazione salvifica
di Cristo. Lo Spirito Santo ha agito dapprima in Gesù, il quale parlò e operò mosso
dallo Spirito. Lo stesso Spirito anima ora la Chiesa, la edifica mediante la parola, i
sacramenti, la guida dei pastori, i carismi.
Lo Spirito è colui che vivifica: nel Credo diciamo appunto:
«Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita». Lo Spirito distribuisce a
tutti i credenti i suoi doni o carismi. Sono carismi, ad esempio, i doni della profezia
del servizio, de1lesortazione, del
donare agli altri, del presiedere (si veda Rm 12,6-8), del saper dire parole di
sapienza e di scienza, del compiere guarigioni e miracoli ecc. (si veda 1 Cor 12,8-11).
Questi doni sono concessi ai singoli affinché li usino per costruire la Chiesa, per far
crescere la comunità nella fede, nella speranza e nellamOre. Il grande nemico dei
carismi è lindividualismo che non arricchisce, ma disgrega la comunità. Lo
Spirito, che ci viene comunicato soprattutto coi sacramenti del Battesimo e della Cresima,
opera in profondità nellanima di ogni credente tanto che la vita cristiana può
essere qualificata come «vita nello Spirito». Lo Spirito infatti ci rende partecipi
della condizione filiale di Gesù. Una vita filiale nei confronti di Dio è
allopposto di una vita da schiavi. Lo schiavo ha paura, non osa, fa le cose per
forza e non per amore, ecc. Lo Spirito ci è dato affinché in tutto, a cominciare dalla
preghiera, siamo dei figli e non degli schiavi.
Rendendoci figli del Padre, lo Spirito ci fa «santi», partecipi
cioè della vita stessa di Dio, colui che solo è santo. A chi gli domandava quale fosse
lo scopo della vita cristiana, san Serafino (vissuto in Russia nel secolo scorso)
rispondeva: «Lo scopo della vita è lacquisizione dello Spirito Santo».
Credo in un solo Dio In tre persone
Nella prima parte del Credo professiamo la nostra
fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, cioè nella santissima Trinità. La fede
trinitaria non è un prodotto tardivo del Cristianesimo. Basta leggere con attenzione i
Vangeli per rendersi conto che Gesù si riferisce continuamente al Padre, e
agisce in virtù dello Spirito Santo. Ci volle però qualche tempo affinché i
discepoli di Gesù potessero esprimere la loro fede trinitaria in modo da non infrangere
la fede in un solo Dio.
La fede della comunità cristiana, quale venne formulata dai
primi Concili, professa che in Dio ci sono tre persone, ma ununica divinità, una
sola natura divina. I concetti di «natura» e di «persona» gettano un po di luce
sul mistero di Dio, ma tutte le nostre spiegazioni e formule sono insoddisfacenti.
Lanalogia più bella e più profonda di cui disponiamo per
avvicinarci al mistero di Dio è quella dellamore. In ultima analisi la professione
di fede nella Trinità non è altro che lo sviluppo della frase «Dio è amore» (1 Gv
4,8.16). La Trinità, dice il Catechismo tedesco, «è il mistero di un amore
insondabile e dialogante: Dio non è unessenza solitaria, ma un Dio che, a partire
dalla straordinaria pienezza del suo essere, si dona e si partecipa, un Dio che vive nella
comunione di Padre, Figlio e Spirito, e che pertanto può anche donare e fondare
comunione. Poiché Dio è in sé vita e amore, egli può essere per noi vita e amore».
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4. CREDO LA CHIESA
La seconda parte del Credo comincia con le parole: credo la
Chiesa. Si noti la formulazione usata; essa non dice: credo nella Chiesa.
Latto di fede, come atto di fiducia e di abbandono, si indirizza soltanto alle
persone divine. Per questo diciamo: Credo in Dio Padre, in Gesù Cristo, nello
Spirito Santo. Nella fede accettiamo però anche tutto ciò che le persone divine ci
manifestano e ci propongono per mezzo di Cristo. La Chiesa è uno dei contenuti della
nostra fede rivelatOci da Cristo. Ecco percbé non è sufficiente uno sguardo superficiale
o puramente esteriore per comprendere la Chiesa.
In realtà però ciò che ci colpisce a prima vista nella
Chiesa è la sua realtà visibile e storica. E non di rado, partendo da alcune
impressioni esteriori e da qualche pagina poco edificante della storia della Chiesa, si
giunge a una valutazione negativa della Chiesa nel suo complesso. Un credente accetta la
Chiesa con fede, senza peraltro nascondersi le sue debolezze e le sue zone
dombra.
Perché questa accettazione, dal momento che alcuni sembrano
risolvere sbrigativamente la questione affermando «Cristo sì, la Chiesa no»?
Innanzitutto perché non è possibile essere cristiani senza la Chiesa. Ha scritto il
teologo Henri De Lubac: «Ancora oggi la Chiesa mi dà Gesù. Questo dice tutto. Che
cosa saprei infatti di lui, quale relazione esisterebbe tra lui e me, senza la Chiesa?
Coloro che accettano ancora Gesù sebbene rifiutino la Chiesa, sanno che in ultima analisi
lo debbono alla Chiesa?».
Gesù ha voluto la Chiesa
Un cristiano accetta la Chiesa perché in fin dei conti è Gesù
che lha voluta. Non è sufficiente ammirare Gesù. Non basta neppure professarsi
suoi discepoli, se non si accetta tutto quanto Gesù ha voluto per i suoi discepoli. Ma
Gesù ha realmente voluto la Chiesa? Evidentemente il centro del messaggio e
dellazione di Gesù non è la Chiesa, bensì il regno di Dio. Ma questo regno, che
si realizzerà pienamente solo al termine della storia umana, Gesù lo annuncia e lo
mostra già presente nella sua vita. Il regno è presente in Gesù stesso che porta
salvezza e liberazione rimettendo i peccati, risuscitando i morti, guarendo gli ammalati,
sfamando le folle, cacciando i demoni ecc. Con Gesù, il regno comincia a germinare e
produce i primi frutti, anticipatori del raccolto finale, quando Gesù ritornerà. In
questa prospettiva cè spazio per la Chiesa: essa è la comunità dei discepoli
del Risorto, che si estende fra la sua prima e seconda venuta. Gesù ha posto tutte le
premesse necessarie affinché la sua Chiesa potesse sorgere. Gesù infatti è il Messia, e
questultimo è inconcepibile senza la comunità messianica. Gesù,
nellUltima Cena, parla della «nuova Alleanza»: ora lAlleanza si fa con un
gruppo di persone, in questo caso con la comunità dei credenti in Cristo. Gesù inoltre
promise di restare per sempre con i suoi discepoli, assicurando linvio dello Spirito
Santo quale continuatore della sua opera e della sua presenza. Tutti questi fatti indicano
che Gesù ha previsto e voluto la sua comunità, la Chiesa.
Il divino e
lumano nella Chiesa
Un discepolo di Gesù accoglie la Chiesa come un dono, anche se
deve saper distinguere fra ciò che, nella Chiesa, è
voluto da Gesù Cristo e dal suo Spirito, e ciò che invece è frutto degli uomini.
Ciò che è voluto dagli uomini porta non solo le tracce della finitezza, ma talora anche
quelle del peccato. Un cristiano non si scandalizza, anche se soffre per le deficienze
della sua Chiesa. Egli cerca di porvi rimedio con la preghiera, con la correzione
fraterna, con la critica costruttiva, con la testimonianza della sua vita. Ma soprattutto
cerca dì scorgere sempre nella Chiesa, anche in mezzo ai limiti e alle lacune, la
presenza di Cristo e del suo Spirito.
La parabola della zizzania, che tratta della coesistenza dei
buoni e dei cattivi, si oppone al sogno impossibile di una Chiesa formata soltanto da
eletti e da santi.
Mistero e Istituzione visibile nella
Chiesa
Nellunica Chiesa vanno tenuti assieme due aspetti: il
mistero e listituzione visibile. Col termine
mistero indichiamo ciò che la Chiesa è secondo il disegno di Dio. Il progetto
divino consiste nellinvitare e nellammettere gli uomini alla comunione di vita
con sé e fra di loro, mediante lopera di Cristo e del suo Spirito. Questo progetto
si sta già realizzando nella Chiesa che gli scritti del Nuovo Testamento designano, tra
laltro, coi nomi solenni di popolo di Dio, di corpo di Cristo e di tempio dello
Spirito.
Listituzione visibile è laltro aspetto della
Chiesa, del tutto relativo al primo, al mistero. Nella Chiesa troviamo infatti
lannuncio della Parola di Dio, i sacramenti, i ministeri conferiti col sacramento
dellordine (episcopato, presbiterato, diaconato), altri ministeri e carismi dello
Spirito Santo ecc.
Tutte queste realtà formano una «istituzione visibile»
voluta da Cristo come un complesso di mezzi e di persone al servizio di ciò che la
Chiesa è in profondità, e cioè comunione di Dio con gli uomini, e comunione degli
uomini fra di loro. I due aspetti dellunica Chiesa sono entrambi necessari. Tuttavia
essi non hanno la stessa importanza: listituzione infatti (Parola - Sacramenti -
Ministeri) esiste per promuovere e attuare la comunione. Nella Chiesa dunque non si tratta
di scegliere fra listituzione e la comunione (o il mistero), ma dì far sì che
listituzione sia al servizio della comunione nel modo più idoneo possibile. Due
persone del Nuovo Testamento indicano i due aspetti della Chiesa: la Madonna simboleggia
la Chiesa come comunità di persone che accolgono Cristo nella fede e vivono il mistero
della comunione; san Pietro a sua volta simboleggia la Chiesa come istituzione alla
quale è affidato il compito di pascere il popolo di Dio con la Parola, coi sacramenti e
con la guida pastorale.
Una descrizione sintetica della Chiesa
Tenendo presenti i due aspetti essenziali della Chiesa,
possiamo tentare ora una descrizione globale di essa. La Chiesa è un insieme di persone
chiamate dal Padre a formare una fraternità originale attorno al Cristo presente come
parola e come sacramento, sotto lazione dello Spirito Santo, con la guida dei
successori degli Apostoli (i Vescovi) in comunione fra loro e col Vescovo di Roma, cioè
il Papa, per essere, in un luogo e in un tempo determinato, segno e strumento della
salvezza che Dio vuole offrire a tutti gli uomini, nella vigile attesa del compimento del
disegno di Dio nel regno della fine dei tempi.
Le quattro proprietà essenziali della Chiesa
Il Credo applica alla Chiesa quattro proprietà
essenziali, che la caratterizzano e la fanno conoscere come vera Chiesa: unità, santità,
cattolicità, apostolicità.
Unità. Lunità della Chiesa, come risulta dalla
descrizione della primitiva comunità di Gerusalemme, comporta lunità nella fede,
nellamore, nel servizio divino (liturgia, preghiera), sotto la guida degli
Apostoli (si veda At 2,42). Il Vaticano 11 parla del triplice vincolo
dellunità consistente nella confessione di fede, nei sacramenti e nella guida della
comunità da parte dei ministri ordinati (si veda la Costituzione sulla Chiesa, n.
14). In ultima analisi la Chiesa è una perché cè un Solo Dio, un unico Mediatore
Gesù Cristo, uno stesso Spirito, un solo Battesimo, una sola fede, ecc. (si veda Ef
4,2-6).
Allunità della Chiesa non si oppone un legittimo
pluralismo, richiesto dal fatto che la Chiesa deve riunire nel suo seno uomini di
di ogni popolo, razza, cultura, lingua. Si
oppongono invece allunità soprattutto lo scisma e leresia. Lo scisma è una
rottura della comunione fra le Chiese, specialmente in rapporto alle celebrazioni
liturgiche e al riconoscimento dellautorità del Papa. Leresia è
negazione consapevole e pertinace di qualche verità appartenente alla fede.
Lecumenismo ha come scopo il ritrovamento
dellunità visibile della Chiesa, mediante il superamento delle divisioni esistenti.
La Chiesa cattolica ritiene di essere la vera Chiesa di Cristo e di essere in possesso
della pienezza dei mezzi di salvezza. Essa riconosce però che «al di fuori della sua
compagine si trovano molteplici elementi di santificazione e di verità» (Vaticano 11, Cost.
sulla Chiesa, n. 8).
Santità. La Chiesa è santa perché Dio che la raduna è
«il Santo» per eccellenza (si veda Is 6,3). Gesù Cristo inoltre ha offerto se
stesso per la Chiesa per renderla pura e santa (Ef 5,26). Essendo poi la Chiesa il
tempio dello Spirito Santo, è essa stessa santa (si veda i Cor 3,17). Non fa
quindi meraviglia che i primi cristiani venissero designati col titolo di «santi» (At
9,13.32.41 Rm 8,27; ecc.).
E tuttavia esistevano anche nei primi tempi peccati e scandali.
In che senso si può allora parlare della Chiesa santa? Secondo il linguaggio della
Bibbia, la santità non indica in primo luogo una perfezione morale, bensì l'appartenenza
a Dio. La Chiesa allora è santa perché appartiene a Dio, perché Gesù Cristo si è
legato per sempre ad essa (Mt 28,20), perché lo Spirito rimane in essa. Essa è
santa inoltre perché le sono affidati i mezzi di salvezza, le «cose sante»: le verità
della fede, i sacramenti, i ministeri, ecc. Da questa santità «oggettiva» deve
scaturire la santità morale dei membri della Chiesa. Essi devono lasciarsi plasmare dalla
grazia di Dio per diventare creature nuove che vivono secondo la volontà divina, nel
radicale adempimento del comandamento dellamore verso Dio e verso il prossimo. La
Chiesa santa include anche sempre i peccatori. Non è possibile separare fin da ora il
buon grano dalla zizzania (si veda Mt 13,24-30). «La Chiesa dice il
Vaticano Il "è nel contempo santa e sempre bisognosa di purificazione" (Cost.
sulla Chiesa, n. 8).
Cattolicità. La Chiesa è cattolica in un duplice senso:
perché universale, e perché annuncia tutta quanta la vera fede. In virtù della
cattolicità, la vera Chiesa sì distingue da quelle comunità che si attengono solo a una
parte della verità formando delle sètte, oppure vogliono essere Chiesa solo per un
determinato gruppo, o popolo, o cultura. Ogni comunità ecclesiale, per rimanere
cattolica, deve conservare la comunione con le altre comunità. Lattività
missionaria è al servizio della cattolicità della Chiesa, da realizzarsi in tutti i
popoli e in tutte le culture.
Apostolicità. La Chiesa di Cristo è apostolica: la sua storia
e la sua vita si riferiscono agli Apostoli in tre sensi principali. Innanzitutto perché
si fonda sulla testimonianza degli Apostoli: lannuncio degli Apostoli, trasmesso
dalla Scrittura e dalla tradizione, è norma vincolante per la Chiesa di tutti i tempi (apostolicità
di fede).
La Chiesa è apostolica inoltre perché deve ispirarsi al modello
di vita e di azione offertole dagli Apostoli (apostolicità di vita).
Apostolica è infine la Chiesa perché continuano in essa alcune
attività ministeriali già esercitate dagli Apostoli e dai loro collaboratori, come
lannuncio del Vangelo, la celebrazione dei sacramenti, la guida e la presidenza
della comunità (apostolicità di ministero).
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5.
BATTESIMO RISURREZIONE, VITA ETERNA
I sacramenti
Il Credo menziona espressamente un solo
sacramento, il Battesimo. Ciò non significa che riconosca lesistenza degli altri.
Viene menzionato solo il primo sacramento perché tutti gli altri non sono che lo sviluppo
e lesplicitazione del Battesimo. Il Battesimo è linizio di un movimento che
si protrae attraverso gli altri sacramenti, i quali sviluppano e specificano il rapporto
del credente con Cristo e con la Chiesa.
Col Battesimo diventiamo partecipi della morte e della
risurrezione di Cristo (Rm 6, l2ss), rinasciamo a vita nuova (2 Cor 5,17),
veniamo aggregati al corpo di Cristo, la Chiesa (Ef 2,15). Il Battesimo ci rende membri attivi e responsabili nella vita
della Chiesa e nella partecipazione alla sua missione.
La Confermazione completa per così dire il Battesimo,
consolidando e perfezionando quanto il Battesimo già contiene come inizio. «Battesimo e
Confermazione scrive il Catechismo degli adulti stanno in qualche
modo fra loro come la nascita e la crescita». Il dono dello Spirito, conferito col
Battesimo e con la Confermazione, indica che tutta quanta la vita del credente
devessere una vita «spirituale», cioè sotto lazione dello Spirito, che
purifiCai santifica, consacra, dà nuove energie e capacità. LEucaristia è
strettamente collegata col Battesimo. Anchessa ci fa partecipare al mistero pasquale
di Cristo, mediante i segni del banchetto, del pasto, del pane e del vino. Un importante
documento della Santa Sede intitolato Eucharisticum Mysterium, così esprime la
varietà dei significati dellEucaristia. Essa è: 1) il sacrificio in cui si
perpetua il sacrificio di Gesù sulla croce; 2) il memoriale della morte e della
risurrezione del Signore; 3) il banchetto nel quale il popolo di Dio partecipa alla pasqua
di Cristo, rinnova il nuovo patto tra Dio e gli uomini stabilito una volta per sempre nel
sangue di Cristo, prefigura e anticipa il banchetto finale. Ecco perché, mentre il
Battesimo e la Confermazione si ricevono una volta sola, lEucaristia viene celebrata
sovente per manifestare la continuità del nostro legame con Cristo in tutte le età,
circostanze, esperienze e avvenimenti della vita.
Battesimo, Confermazione ed Eucaristia sono detti «sacramenti
delliniziazione»: essi infatti ci «iniziano» al mistero di Cristo Salvatore e ci
inseriscono nella sua Chiesa.
La Chiesa offre a nome di Cristo anche altri sacramenti agli
uomini. In primo luogo il sacramento della Riconciliazione (o della penitenza o
confessione), che alcuni chiamano col nome di «secondo Battesimo». «Il Padre
dice il Catechismo degli adulti che ci ha resi figli nel Battesimo, resta
fedele al suo amore quando per il peccato ci separiamo da lui... Nella Confessione la
stessa grazia del Battesimo si rinnova per un nuovo e più ricco inserimento nel mistero
di Cristo e della Chiesa».
LUnzione degli infermi è il sacramento che ci ricorda da
vicino la sollecitudine di Gesù per gli ammalati e per i sofferenti. Molti continuano
erroneamente a pensare che questo sacramento sia una specie di dichiarazione ufficiale
della imminenza della morte. Ciò era suggerito anche dal termine in uso sino a qualche
tempo fa per designare questo sacramento: estrema unzione. Bisogna restituire
allUnzione degli infermi le sue connotazioni originarie che riguardano la
malattia, il peccato e la morte.
La più importante connessione di questo sacramento è con la
malattia. «LUnzione è sacramento. Significa e conferisce la grazia. Ciò vuol dire
che il Cristo Risorto, attraverso lunzione, si appropria a fondo di una situazione
specifica delluomo: della malattia. Tutto il resto (e cioè labolizione dei
residui del peccato, e la buona disposizione allincontro con Dio nella morte, ndr)
viene in quanto si lega a essa».
Nella Chiesa lo Spirito Santo è allorigine di molteplici
ministeri. Tre di essi (diaconato, presbiterato episcopato) sono conferiti col sacramento
dellOrdine. Il compito dei ministri ordinati (soprattutto dei preti e dei vescovi)
consiste nel continuare a svolgere il compito di «pastore» che Gesù ha partecipato ai
suoi Apostoli. Concretamente ciò comporta che la Chiesa sia costantemente nutrita dalla
parola di Cristo, sostenuta durante il suo cammino dai sacramenti, condotta da guide
sicure verso la sua mèta finale. il sacramento dellOrdine conferisce a colui che
lo riceve lo Spirito Santo in vista del futuro ministero.
La Chiesa riconosce infine come sacramento il Matrimonio dei
battezzati. Un avvenimento del tutto naturale, quale lo sposarsi, diventa per i credenti
una realtà di grazia, un sacramento. Nel matrimonio di due cristiani battezzati si rende
realmente presente lamore e la fedeltà di Dio, cosicché il reciproco amore degli
sposi diventa segno efficace dellamore e della fedeltà di Dio.
Credo la risurrezione dei morti
Lultimo articolo del Credo concerne la
risurrezione dei morti e la vita eterna. Anche qui ritroviamo un messaggio di decisiva
importanza per luomo. Ognuno di noi infatti si interroga a un certo punto della sua
vita: che ne sarà di me? dei miei cari? delle mie fatiche, lotte, sofferenze, ma anche
delle mie ore felici? che ne sarà dellintera storia umana? che ne sarà
dellintero universo? Le nostre più belle previsioni e speranze sembrano
infrangersi di fronte allinesorabile realtà della morte. Non possiamo far finta
che essa non esista. Bisogna avere il coraggio di guardarla in faccia e di domandarsi: la
morte è la fine di tutto oppure il passaggio che conduce a unaltra vita? Vincerà
su ogni cosa la morte, oppure anche la morte sarà vinta? Finisce con lal di qua,
oppure esiste anche un aldilà che rappresenta il compimento delle nostre aspirazioni più
profonde di vita e di felicità? Nel turbine di queste domande inquietanti, luomo
religioso si affida a Dio con fiducia, sapendo che egli è più potente della morte. Anche
Gesù annunciò che Dio non era il Dio dei morti, bensì dei vivi (si veda Mc 12,26).
Per i discepoli di Gesù è determinante il fatto che egli è risuscitato dai morti, ed è
il vivente per sempre. Sulla risurrezione di Gesù si fonda la certezza della nostra
futura risurrezione. Essendo sin dora uniti alla morte di Cristo con la fede e col
Battesimo, lo saremo in futuro anche alla sua risurrezione. Per questo un discepolo di
Gesù può accettare la morte con lo stesso spirito con cui lha accolta Gesù, in
fedele e fiducioso abbandono al Padre. La morte non si apre sul nulla, ma sulla vita nuova
e sulla nuova abitazione che il Cristo Risorto ci ha preparato.
Nel linguaggio cristiano la vita futura è indicata col termine risurrezione:
risurrezione dei morti, risurrezione dei corpi, risurrezione della carne. Questo modo
di parlare indica che la persona tutta quanta è chiamata a partecipare alla vita eterna.
«Carne» e «corpo», nel linguaggio della Bibbia, indicano appunto la persona umana
con tutte le sue proprietà e capacità di relazioni.
Nella vita futura, le nostre relazioni con gli altri saranno
restaurate in modo nuovo e in pienezza. Tutto ciò che di bello e di buono avremo fatto,
resterà, anche se non sappiamo come. Il «come» è opera dello Spirito che può tutto
trasformare e trasfigurare! «Ogni uomo, quando ritorna a Dio, non porta a Dio soltanto
unanima senza corpo, ma la sua persona, in cui ciò che ha compiuto in amore è
inscritto per sempre» . Lamore, come dice san Paolo, non verrà mai meno (si veda
1 Cor 13,8).
La vita eterna, alla quale aneliamo, comincia già quaggiù,
anche se non ne abbiamo ancora il possesso pieno e definitivo. Dice san Giovanni:
«Carissimi, noi sin dora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora
rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui,
perché lo vedremo così comegli è» (1 Gv 3,2).
Per indicare la vita eterna, la Bibbia e la tradizione
cristiana usano un ricco vocabolario di immagini e di simboli (regnO della luce, cielo,
banchett, nozze, ecc.). Ma la realtà profonda che queste immagini vogliono esprimere è
la comunione definitiva e intramontabile col Signore della vita (si veda 1 Tess 4,17).
Dobbiamo stare in guardia da dubbie rappresentaziOni che a volte materializzano in maniera
grossolana, talora infantile, la realtà della vita eterna. Meglio vale attenersi alle
parole di san Paolo: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai
entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1 Cor 2,9).
Il tempo presente tra la prima e la seconda venuta di Cristo,
è il tempo del pellegrinaggio il tempo della speranza, tipico di chi ha già qua1cosa
ma non ha ancora conseguito il tutto.
La speranza cristiana, pur sapendo di dover attendere tutto
come dono, non è per nulla sinonimo di fatalistica rassegnazione. Chi spera, proprio
perché spera, cerca le vie che portano al superamento del male, pone dei segni
anticipatori dei «cieli nuovi e della terra nuova» attesi per la fine dei tempi. Ma
sempre nella consapevolezza che tutte le realizzazioni umane sono precarie di fronte a
ciò che Dio saprà un giorno realizzare per coloro che lo amano.
CONCLUSIONE AMEN!
A termine della professione di fede la breve
parola ebraica «Amen!» (così è! così sia!) condensa latteggiamento del
cristiano: una fiducia sicura e serena in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo; un
atteggiamento di verità e di pace con cui dare senso e dignità alla propria esistenza.
Amen» vuoi dire: dico di sì allamore
di Dio Padre, che mi ha donato la vita; dico di sì a Gesù Cristo, il Figlio di Dio che
mi ha donato la salvezza; dico di sì allo Spirito di verità e di amore, che mi trasforma
e mi guida verso la risurrezione. Dico di sì con le mie parole e con tutta la mia vita!
Dire di sì allamore di Dio, Padre, Figlio e Spirito, che
ci raggiunge nella Chiesa e ci apre alla speranza eterna, è scegliere per la nostra vita
il progetto che Dio da sempre ha sognato per ciascuno di noi. E accettare di vivere
nellamore, come figli di Dio, corrispondendo con tutte le nostre forze
allamore sconfinato «dal quale veniamo, per il quale esistiamo, verso il quale
siamo in cammino».
A noi tocca ora rendere testimonianza coraggiosa e fedele
allamore di Dio, anche a prezzo della vita, se necessario, come hanno fatto molti
martiri cristiani. Essi non hanno mai disprezzato la vita. Ma con la loro morte ci hanno
rivelato che il fondamento e la verità della nostra esistenza non sono le cose che
vediamo e tocchiamo, ma Dio Padre Figlio e Spirito, così come abbiamo la fortuna di
professare nel Credo.
In una società pluralista, e a volte scettica, siamo chiamati a
essere testimoni che professano con la parola e con la vita il Credo degli
Apostoli.
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