LA spiritualità del
CATECHISTA
|
|
PARTE TERZA |
|
|
|
CHIAMATO
DA DIO, NELLA CHIESA
Dopo
aver meditato sulla dimensione «servizio» e sull'«attenzione
all'umano» come tratti caratterizzanti la spiritualità del
catechista, passiamo ora a un altro aspetto fondamentale: quello
ecclesiale.
NON
SIAMO «LIBERI BATTITORI»
Il
documento della CEI, La formazione dei catechisti nella comunità
cristiana, al n. 12 afferma: «È il Signore a chiamare i catechisti
per la sua Chiesa. Come specifica attuazione della vocazione
battesimale, la chiamata che il Signore fa per il servizio alla sua
Parola è un dono che il catechista riceve. Non si sceglie di
diventare catechisti, ma si risponde a un invito di Dio: "il
catechista è consacrato e inviato da Cristo" per mezzo della
Chiesa (RdC; n. 185)».
Il catechista non è
uno che si autoelegge annunciatore del Vangelo, che «si mette in
proprio» con una sua «agenzia di diffusione» della parola di Dio.
E invece un chiamato al servizio catechistico; uno che, per questo
servizio, riceve un «incarico». Nella catechesi, dunque, non sono
concepibili i «liberi battitori», gli «outsiders».
CHIAMATI
DALLA CHIESA A UN «MINISTERO»
A livello di lettura
profonda della realtà - com'è quella specifica della fede -, il
catechista coglie che la ragione ultima del suo impegno catechistico
sta nella chiamata da parte di Dio.
Di tale chiamata, però,
egli non ha diretta esperienza; perciò deve chiedersi:
concretamente, come si realizza questa chiamata? attraverso quali
mezzi si esprime?
Partiamo dai segni più
espliciti (e quindi più facili da cogliere) della chiamata ad
essere catechisti.
Nel suo momento più
immediato, tale chiamata si esprime nell'incarico - normalmente dato
dal parroco - di fare catechesi a un determinato gruppo. Il parroco
affida questo compito nel contesto della comunità cristiana che
egli presiede e coordina, e a nome del vescovo che egli rappresenta
nella sua parrocchia.
Oggi sono sempre più
frequenti le diocesi in cui si celebra annualmente la funzione del
«mandato ai catechisti»: nella cattedrale, durante l'Eucaristia,
il vescovo affida solennemente ai catechisti l'incarico di fare
catechesi. Questa celebrazione è un gesto molto significativo, che
sottolinea l'ecclesialità del servizio catechistico, legandolo
visibilmente alla grande tradizione della Chiesa di cui i vescovi
sono fedeli trasmettitori in quanto successori degli apostoli.
Ovviamente anche i catechisti che non possono partecipare alla «
funzione del mandato» si sentono in comunione con il proprio
vescovo e ricevono da lui, attraverso il parroco, l'incarico di fare
catechesi.
Come si vede, quello
del catechista è di fatto un servizio o ministero ecclesiale, benché
all'esercizio di esso non si venga introdotti mediante una
particolare consacrazione sacramentale (come avviene invece per i
ministri ordinati, vale a dire i diaconi, i presbiteri e i vescovi).
Soprattutto nel nostro tempo stiamo scoprendo sempre meglio
l'identità del ministero catechistico e la sua importanza
ecclesiale.
Tale ministero,
infatti, si colloca nel cuore stesso dell'impegno pastorale, in
quanto è a servizio dell'annuncio del Vangelo, che è
la prima e fondamentale attività della Chiesa, costituita da
Cristo proprio per l'Annuncio.
Inoltre,
il ministero catechistico è quello che partecipa nel modo più
impegnativo e responsabile alla nascita e alla crescita della
Chiesa,
in strettissima collaborazione con i ministri ordinati (diaconi,
presbiteri, vescovi) che sono i primi animatori e garanti della
vita e della missione ecclesiale.
CHIAMATI
«A NOME DI DIO»
L'incarico
per il servizio catechistico dovrebbe sempre essere dato a persone
preparate. E qui troviamo altri segni della chiamata o vocazione
catechistica.
L’invito
a essere catechisti comincia normalmente con l'invito a prepararsi a
tale compito; e l'invito viene fatto a chi mostra di avere le qualità-base
per poterlo esercitare. Proprio queste qualità-base, viste alla
luce della fede, ci permettono di parlare della chiamata ecclesiale
a essere catechisti come di una chiamata o vocazione da parte di
Dio.
Queste
qualità infatti sono dono di Dio, sono «carismi» dati per il bene
della Chiesa, da mettere al servizio della comunità ecclesiale e,
in essa e con essa, a servizio dell'umanità (cf i
Corinzi12,1-11.27-31).
Così
queste qualità, date da Dio, diventano un compito affidato da Dio:
compito che deve essere accolto nella fede e realizzato con amore.
Le
qualità-base di cui parliamo sono anzitutto la fede, la speranza
e la carità, che danno la struttura fondamentale alla personalità
cristiana.
Operativamente
esse si esprimono:
·
nella celebrazione sacramentale e nella preghiera (che sono la
manifestazione più esplicita della fede);
·
nella capacità di affrontare in modo cristiano tutte le situazioni
- soprattutto quelle difficili - dell'esistenza (capacità che si
fonda sulla speranza);
·
nel servizio ai fratelli (che è rivelazione concreta dell'amore per
Dio e per il prossimo).
Con
riferimento più diretto alla specificità dell'impegno catechistico,
esse si traducono:
e
nell'accoglienza amorosa dei fratelli e nella volontà di fare
comunità;
·nell'apertura
a una prospettiva di «cammino insieme» nell'esperienza cristiana,
prestandosi a fare da guida ad altri.
CHIAMATA
DI DIO E RISPOSTA DELL’
UOMO
Queste
qualità del catechista sono il frutto congiunto di un'azione
soprannaturale (il dono della fede-speranza-carità, fattoci
fondamentalmente nel Battesimo, e le grazie successive) e di una risposta
umana (data attraverso l'esercizio delle doti personali, soprattutto
l'intelligenza e la volontà).
Dunque,
la chiamata al servizio catechistico nasce radicalmente dalla
presenza nei catechisti di questi doni di Dio; doni che sono fatti a
tutti i cristiani, ma che vengono vissuti con particolare intensità
e vengono percepiti con più lucida coscienza da un certo numero di
essi, chiamati con ciò stesso a collaborare in modo più pieno e
continuativo all'annuncio del Vangelo, nel servizio appunto della
catechesi.
Detto
questo si comprende facilmente come la chiamata o vocazione a essere
catechisti si radichi ultimamente nel Battesimo, che dà la prima e
fondamentale struttura alla personalità cristiana attraverso la
fede, la speranza e la carità; che ci costituisce figli di Dio e
membra vive nel Corpo di Cristo che è la Chiesa; che ci con-sacra,
in Cristo e con Cristo, «sacerdoti» della nuova alleanza; per ciò
stesso ci fa annunciatori della salvezza, attraverso la
testimonianza di una vita secondo Dio.
La
grazia del Battesimo viene rinnovata e intensificata attraverso gli
altri sacramenti dell'iniziazione cristiana: la Confermazione e
l'Eucaristia. Su questa radice sacramentale nasce e si sviluppa la
personalità cristiana; su questa radice - che costituisce la prima
e fondamentale chiamata - si innesta ogni altra vocazione, quindi
anche quella a essere catechisti.
Così
i catechisti, nel fare vitalmente «memoria» dei sacramenti
ricevuti, e soprattutto nel partecipare con verità all'Eucaristia,
confermano e approfondiscono il loro servizio.
|
|
|
|
IN
SINTONIA CON LA COMUNITÀ ECCLESIALE
FAR
MATURARE IL SENSO ECCLESIALE
Scrive
Franca L., una catechista di venti anni: «Ciò che mi urta di più
nello svolgimento della mia azione catechistica è l'impressione di
essere "controllata". Controllata dal parroco, dai
genitori dei ragazzi/e che ho a catechismo, dagli animatori e
responsabili di altre associazioni... Controllata e giudicata! Sento
che non c'è fiducia nei miei confronti. Perché non posso essere
libera di organizzare l'attività catechistica come credo meglio,
rendendo conto solo alla mia coscienza e a Dio di quanto faccio? La
burocrazia funziona male un po' dappertutto: perché vogliamo
introdurla anche nella catechesi?».
Lo
stato d'animo di Franca è comune a molti altri catechisti/e. Esso
può derivare da un clima ecclesiale deteriorato, fatto di mancanza
di fiducia, di rigidità mentale, di sospetti reciproci, di
pettegolezzi: e in questo caso, i catechisti/e hanno ben ragione di
lamentarsi; esso però può derivare da una mentalità presuntuosa,
individualistica, anarchica, incapace di sereno confronto e di
dialogo: e allora sono i catechisti che devono impegnarsi seriamente
a cambiare. Comunque, nell'un caso come nell'altro, dobbiamo dire
che manca un maturo senso ecclesiale, in cui le giuste istanze del
catechista si compongono armonicamente con le altrettanto giuste
istanze nella comunità.
Sulla dimensione insieme personale ed
ecclesiale del servizio catechistico insistono molto e
opportunamente i documenti ufficiali sulla
catechesi. Vogliamo richiamarne qui i
passi più importanti,
commentandoli brevemente. Ne potrà
risultare un'utile traccia di riflessione.
SENTIRSI
«PARTE INTEGRANTE» DELLA COMUNITÀ
Cominciamo
da ciò che effettivamente sta alla base di ogni altra
considerazione: ciascun catechista è - e di conseguenza deve
sentirsi - «parte integrante» della comunità. Dice in proposito
il documento dei Vescovi italiani: La formazione dei catechisti
nella comunità cristiana (FC): «[Agli operatori della catechesi]
si chiede di sentirsi parte integrante e corresponsabile del cammino
delle nostre Chiese, di vedere il loro impegno all'interno di un
impegno più vasto del popolo di Dio, l'impegno di "costruire
la Chiesa" (PAOLO VI, Discorso del 7-7-1976). Ciò significa
che i catechisti debbono partecipare ai diversi momenti della vita
ecclesiale e alle scelte che la comunità opera» (FC, n. 3).
Non
è dunque anzitutto un'istanza di «dipendenza» quella che viene
evidenziata, quanto piuttosto un'istanza di «appartenenza». I
catechisti non vengono prioritariamente sollecitati a eseguire
docilmente, a obbedire passivamente; vengono invece richiamati al
loro impegno essenziale di partecipare corresponsabilmente alla
costruzione della Chiesa, segno e strumento di salvezza
(=
sacramento) per tutti gli uomini.
Ovviamente
nel testo citato, mentre da una parte si esprime con chiarezza il
dovere dei catechisti/e di partecipare alla vita ecclesiale,
dall'altra si suppone che ad essi venga lasciato il giusto spazio
per la partecipazione (e davvero non dovrebbe mai avvenire che tale
spazio debba essere «rivendicato sindacalmente» dai catechisti;
come, d'altronde, è cosa ben strana che essi debbano essere
insistentemente pregati perché lo occupino).
ACQUISIRE
UNA «SOLIDA SPIRITUALITÀ ECCLESIALE»
Sempre
lo stesso documento - richiamandosi ad un altro testo autorevole
della CEI, Il rinnovamento della catechesi (RdC, n. 189)
-
qualifica il rapporto che deve legare il catechista alla comunità
come «solida spiritualità ecclesiale». E prosegue dicendo che la
maturazione ditale spiritualità «richiede che il catechista
acquisti il senso di una gioiosa e responsabile appartenenza alla
comunità ecclesiale, sappia vivere con partecipazione responsabile
e discernimento il cammino della propria comunità ecclesiale, anche
nei momenti di difficoltà e di tensione, si senta infine con la
Chiesa "in missione" nel mondo» (FC n. 18).
Davvero
non si potevano esprimere meglio le caratteristiche del rapporto
essenziale intercorrente tra catechista e comunità: un rapporto da
adulto, connotato di responsabilità e insieme di gioia, di corretta
capacità critica («discernimento») e insieme di pazienza («nei
momenti di difficoltà e di tensione»), di grande slancio
missionario.
OPERARE
IN UNIONE CON VINSIEME DELLA CHIESA
Su
questa ampia base positiva si innestano più facilmente - e si
comprendono nella giusta luce - anche le attenzioni ad alcuni
pericoli in cui si può incorrere.
Anzitutto
il pericolo dell'individualismo. Così si esprime in proposito il
documento La formazione dei catechisti... (FC, n. 13), citando
l'Esortazione apostolica del papa Paolo VI, Evangelii nuntiandi: «Evangelizzare
non è mai per nessuno un atto individuale e isolato, ma
profondamente ecclesiale. Allorché il più sconosciuto predicatore,
catechista o pastore, nel luogo più remoto, predica il Vangelo...
compie un atto di Chiesa... Ciò presuppone che egli agisca non per
una missione arrogatasi, né in forza di una ispirazione personale,
ma in unione con la missione della Chiesa e in nome di essa» (EN,
n. 60).
Sempre
allo stesso n. 13, il documento della CEI molto opportunamente
esplicita: «...i catechisti devono radicare sempre più il loro
servizio nella Chiesa che li manda. Il catechista deve essere
"consapevole portavoce della Chiesa, dalla cui esperienza di
fede gli viene sicurezza" (RdC n. 185). Il Vangelo che egli
annuncia è il Vangelo che la Chiesa gli dona. La fedeltà al
compito di educatore nella fede, che gli viene dalla Chiesa, si
esprime anzitutto nella comunione e nella fedeltà al suo vivo
magistero» (FC n. 13).
Come
si vede, nei due testi citati viene espressa con molta chiarezza la
dimensione ecclesiale di ogni azione catechistica: una dimensione
che attinge alla globalità della vita ecclesiale, con tutta la sua
ricchezza e complessità, e alle varie componenti di essa; ma
insieme fa esplicito riferimento a una di queste componenti: il «magistero».
Sull'attenzione alla globalità della vita ecclesiale e a ciascuna
delle sue componenti si tornerà in seguito (v. cap. 3); ora
vogliamo soffermarci sulla «fedeltà» al magistero.
IN
RAPPORTO DI COMUNIONE E FEDELTÀ CON IL MAGISTERO
Esplicitiamo
brevemente questo punto.
Il
rapporto con il «magistero vivo» della Chiesa viene espresso
significativamente con i termini «comunione» e «fedeltà». Nella
guida del magistero il catechista deve vedere la garanzia ultima
della genuinità della fede (dell' «esperienza di fede») « che
gli viene dalla Chiesa». La funzione del magistero viene quindi
presentata come un servizio alla catechesi, perché possa essere
autentica (fedele) ed efficace; si è ben lontani dunque da un
esercizio si potere oppressivo e fiscale.
Purtroppo
il servizio del magistero può essere percepito, anche da parecchi
catechisti, proprio come «potere oppressivo e fiscale».
Ciò
è dovuto molto spesso a pregiudizi (possiamo essere tutti contagiati
dalla polemica anticlericale o antiecclesile assai diffusa nel
nostro tempo) e a ignoranza (non si hanno idee chiare sulla
struttura della Chiesa). Altre volte, invece, possono essere certe
espressioni del magistero a risultare più difficili da comprendere;
e qui si chiede al catechista un più vigoroso impegno di
approfondimento per interpretare in modo corretto quanto il
magistero propone, così da poterlo vivere in autentica sintonia
spirituale.
Sulla
«fedeltà» attiva al magistero si esprime più analiticamente Il
rinnovamento della catechesi che, in riferimento al papa, afferma:
«Il suo magistero e la sua predicazione ordinaria sono una solenne
catechesi, un dono incomparabile per la Chiesa. Tutti i catechisti
vi attingono con docilità, con fiducia e con gioia» (RdC n. 190).
In
riferimento al vescovo poi dice: «In comunione gerarchica con il
papa e in spirito di fraternità con il collegio episcopale, il
Vescovo nella sua diocesi è segno dell'unità e dell'universalità
della Chiesa; con tutta verità, deve essere considerato il pastore,
il sacerdote, il maestro di coloro che sono affidati alla sua cura.
La sua predicazione e la sua catechesi sono norma ispiratrice di
tutta l'azione educativa, che si svolge nella comunità locale» (RdC
n. 92).
La parola del
papa e del proprio vescovo diventa dunque per il catechista punto
significativo di riferimento, fonte di ispirazione, non solo per la
vita cristiana, ma anche e specificamente per l'azione catechistica.
E, ancora una volta, viene sottolineato che il rapporto è di «docilità»,
di « fiducia» e di «gioia».
Concretamente,
nella propria comunità locale, il magistero del papa e del vescovo
viene mediato anche dal parroco. L’RdC, al n. 193, lo presenta
come «ministro della Parola» ed «educatore nella fede del popolo
di Dio». Di qui l'impegno per il catechista di attenzione, stima e
cordiale collaborazione nei confronti del parroco.
|
|
|
|
MEMBROATTIVO
DELLA COMUNITÀ ECCLESIALE
Continuiamo
la riflessione iniziata nel capitolo precedente, sulla dimensione
ecclesiale della spiritualità del catechista. Dopo aver parlato del
senso di appartenenza e dell'esigenza di operare in sintonia con
l'insieme della Chiesa e specificamente con il suo Magistero,
vogliamo ora richiamare un «gesto» fortemente espressivo di «ecclesialità»,
qual è il «mandato», e alcune modalità concrete della vita
ecclesiale del catechista. Essendo il materiale dei documenti
catechistici, a proposito di questo tema, molto abbondante e
significativo, ci limitiamo a riportarlo con rapido commento,
lasciando ai catechisti l'impegno di approfondirlo.
IL
SIGNIFICATO DEL «MANDATO»
Il
rapporto intimo tra il catechista e la comunità ecclesiale è
realizzato ed espresso anche attraverso il «mandato».
Vediamo anzitutto alcune affermazioni
fondanti. La formazione dei catechisti nella comunità cristiana
(FG) al n. 12 - richiamando il rinnovamento della catechesi (RdC) n.
185- ricorda sinteticamente che «il catechista è consacrato e
inviato da Cristo, per mezzo della Chiesa»; e al n. 13 afferma: «Essere
catechisti è un dono che lo Spirito fa, come per ogni carisma nella
Chiesa, alla comunità. È qui il fondamento del carattere
ecclesiale del servizio catechetico»; e ancora al n. 24:
«È
nella comunità ecclesiale che il catechista viene chiamato alla sua
missione».
Poste queste basi, si comprende bene che cosa significhi e comporti
il «mandato catechistico».
Dice lo stesso documento: «La chiamata al
servizio catechistico trova il suo riconoscimento autentico nella
missione che il catechista riceve dalla Chiesa. Fare catechesi è un
atto ecclesiale, che associa i catechisti al servizio dei
Pastori.
Qui
si fonda "il mandato che, riconoscendo i doni del Signore, i
Pastori affidano in suo nome ai fedeli, per confermare la loro
missione" (RdC n. 197) radicata nel Battesimo e nella Cresima.
Emerge così l'opportunità che, nelle singole Chiese locali, tale
mandato venga espresso in forme anche visibili, con una celebrazione
di ammissione al servizio catechistico, presieduta dal Vescovo, o da
un sacerdote delegato. Questo segno esprime bene la comunione del
catechista con il Vescovo della Chiesa locale in cui egli esercita
il ministero, comunione essenziale per la sua autenticità e
fecondità» (FC n. 24).
(Indicazioni
simili si trovano al n. 197 dell'RdC, che merita di essere
approfondito).
Non
ci soffermiamo a commentare dettagliatamente questo importante n.
24 della FC; basti sottolineare la conclusione che lega «l'autenticità
e la fecondità» dell'azione catechistica alla «comunione
essenziale» con il vescovo, espressa celebrativamente attraverso il
«mandato» (che non è quindi cerimonia esteriore, folcloristica,
ma segno vero, significativo di una grande realtà).
UN
«PROGRAMMA» DI IMPEGNO ECCLESIALE
Ora
possiamo chiederci: in pratica, come si realizza - nella concretezza
dell'atto catechistico e, più ampiamente, nella vita del catechista
- la dimensione ecclesiale della catechesi?
Sentiamo
in proposito Il rinnovamento della catechesi.
Conscio
che «la sua azione è sempre un atto ecclesiale: è la
testimonianza della perenne presenza di Cristo nella Chiesa e nella
storia del mondo» (RdC n. 55), il catechista «si presenta come un
membro responsabile della comunità locale, che mostra di conoscere
e di amare, con animo aperto alla Chiesa universale. Parla con tono
di familiarità della storia della Chiesa, si riferisce con
spontaneità ai segni e alla celebrazione dei divini misteri,
rievoca l'esempio e la sapienza dei santi, descrive la carità e le
preoccupazioni del popolo di Dio, illustra i problemi e le vie del
dialogo con il mondo contemporaneo. Con grande convinzione e
competenza didattica, il catechista fa risonare nel suo insegnamento
la voce dei Pastori, poiché è Cristo che parla in loro per
confermare tutti nella fede. Il suo discorso non nasconde le
debolezze della Chiesa, ma guida a comprenderle con carità e a
superarle generosamente» (RdC; n. 166).
È
un programma molto concreto, splendido e insieme impegnativo, per
ciascun catechista; un orientamento per l'azione e, nello stesso
tempo, una traccia per un'esigente revisione di vita sotto l'aspetto
specificamente catechistico.
ORIENTAMENTI
PER L'INTEGRAZIONE ECCLESIALE
A
completamento di quanto indicato sopra, ecco alcuni orientamenti per
l'integrazione del catechista nella viva e variegata realtà
ecclesiale.
Dice il n. 13 della FC: «Fedeltà alla Chiesa non è solo
però fedeltà ad un mandato ricevuto; è anche preparazione fedele
alla vita ecclesiale; è sentirsi parte attiva della Chiesa locale
in cui si esercita il servizio. Questa partecipazione non può,
infine, confinarsi nel solo ambito dell'annuncio della Parola: deve
aprirsi a tutte le dimensioni della vita ecclesiale e parrocchiale»
(FC n. 13).
Sempre
la FC, al n. 18 chiede ai catechisti che siano «membri attivi della
comunità ecclesiale», «capaci di equilibrio, di dialogo, di
iniziativa, di collaborazione», e che abbiano «un atteggiamento di
comunione con la Chiesa». E al n. 22 insiste perché i catechisti
«siano pronti a servire i fratelli e a collaborare nella comunità
cristiana, nel rispetto del ministero di ogni altro educatore alla
fede, in particolare di quello dei genitori nei confronti dei figli»
(FC n. 22).
Infine al n. 24 il
documento dice: «Ministri di fatto della parola di Dio, essi hanno
il dovere e il diritto anche di servire la Parola negli ambiti della
vita parrocchiale e negli organismi di partecipazione, ove insieme
si studiano le scelte e gli indirizzi dell'azione pastorale» (FC n.
24).
LA
FUNZIONE ECCLESIALE DEL «GRUPPO DEI CATECHISTI»
Come luogo privilegiato per apprendere e per approfondire
l'atteggiamento ecclesiale viene segnalato « il gruppo dei
catechisti», del quale la FC, al n. 25, dice: «Per i catechisti,
un ruolo decisivo nel cammino di formazione viene svolto
dall'esperienza di gruppo. Raccogliendo un numero limitato di
catechisti, esso favorisce i rapporti interpersonali e la visibilità
della comunione, e costituisce un luogo e uno strumento di
educazione alla vita ecclesiale e all'impegno comunitario
all'interno della parrocchia.
Sarà necessario che il gruppo dei catechisti si liberi da
una preoccupazione esclusivamente organizzativa e didattica, per
diventare prima di tutto luogo di crescita spirituale ed ecclesiale,
in cui si attuano i momenti originali della vita di Chiesa: ascolto
della parola, preghiera, studio, scambio di esperienze, preparazione
agli incontri di catechesi, momenti di amicizia.
Il gruppo dei catechisti non ha la pretesa di essere
esaustivo e totalizzante; non è un nuovo movimento o una nuova
associazione, non vuole in alcun caso sostituirsi alle diverse
aggregazioni ecclesiali che possono essere presenti in una comunità,
né ostacolare i caratteri propri di ciascuna. Al contrario, nel
gruppo dei catechisti si offre un utile momento di comunione e di
dialogo, e il gruppo stesso si arricchisce dei doni propri
all'esperienza ecclesiale dei suoi membri» (FC, n. 25).
Facciamo in proposito qualche brevissima sottolineatura, in
riferimento al tema specifico della maturazione ecclesiale.
·
La vita di gruppo deve essere una «esperienza di comunione»;
di qui l'esigenza che in esso i rapporti interpersonali siano
intensi, autentici e specificamente «cristiani»: in altre parole,
oltre a essere « funzionale», il gruppo è anche «vitale».
·
Nel gruppo i catechisti devono fare una significativa
esperienza delle dimensioni e dei momenti fondamentali della vita
ecclesiale.
·
Il gruppo dei catechisti, tuttavia, normalmente non deve essere
unico; comporta, anzi sollecita, l'appartenenza ad altri gruppi.
|
|