LA spiritualità del CATECHISTA

PARTE TERZA

CAPITOLO 1

CHIAMATO DA DIO, NELLA CHIESA

Dopo aver meditato sulla dimensione «servizio» e sull'«attenzione all'umano» come tratti caratterizzanti la spiritualità del catechista, passiamo ora a un altro aspetto fondamentale: quello ecclesiale.

NON SIAMO «LIBERI BATTITORI»

 Il documento della CEI, La formazione dei catechisti nella comunità cristiana, al n. 12 afferma: «È il Signore a chiamare i catechisti per la sua Chiesa. Come specifica attuazione della vocazione battesimale, la chiamata che il Signore fa per il servizio alla sua Parola è un dono che il catechista riceve. Non si sceglie di diventare catechisti, ma si risponde a un invito di Dio: "il catechista è consacrato e inviato da Cristo" per mezzo della Chiesa (RdC; n. 185)».

     Il catechista non è uno che si autoelegge annunciatore del Vangelo, che «si mette in proprio» con una sua «agenzia di diffusione» della parola di Dio. E invece un chiamato al servizio catechistico; uno che, per questo servizio, riceve un «incarico». Nella catechesi, dunque, non sono concepibili i «liberi battitori», gli «outsiders».

 CHIAMATI DALLA CHIESA A UN «MINISTERO»

     A livello di lettura profonda della realtà - com'è quella specifica della fede -, il catechista coglie che la ragione ultima del suo impegno catechistico sta nella chiamata da parte di Dio.

      Di tale chiamata, però, egli non ha diretta esperienza; perciò deve chiedersi: concretamente, come si realizza questa chiamata? attraverso quali mezzi si esprime?

    Partiamo dai segni più espliciti (e quindi più facili da cogliere) della chiamata ad essere catechisti.

    Nel suo momento più immediato, tale chiamata si esprime nell'incarico - normalmente dato dal parroco - di fare catechesi a un determinato gruppo. Il parroco affida questo compito nel contesto della comunità cristiana che egli presiede e coordina, e a nome del vescovo che egli rappresenta nella sua parrocchia.

    Oggi sono sempre più frequenti le diocesi in cui si celebra annualmente la funzione del «mandato ai catechisti»: nella cattedrale, durante l'Eucaristia, il vescovo affida solennemente ai catechisti l'incarico di fare catechesi. Questa celebrazione è un gesto molto significativo, che sottolinea l'ecclesialità del servizio catechistico, legandolo visibilmente alla grande tradizione della Chiesa di cui i vescovi sono fedeli trasmettitori in quanto successori degli apostoli. Ovviamente anche i catechisti che non possono partecipare alla « funzione del mandato» si sentono in comunione con il proprio vescovo e ricevono da lui, attraverso il parroco, l'incarico di fare catechesi.

     Come si vede, quello del catechista è di fatto un servizio o ministero ecclesiale, benché all'esercizio di esso non si venga introdotti mediante una particolare consacrazione sacramentale (come avviene invece per i ministri ordinati, vale a dire i diaconi, i presbiteri e i vescovi). Soprattutto nel nostro tempo stiamo scoprendo sempre meglio l'identità del ministero catechistico e la sua importanza ecclesiale.

    Tale ministero, infatti, si colloca nel cuore stesso dell'impegno pastorale, in quanto è a servizio dell'annuncio del Vangelo, che è  la prima e fondamentale attività della Chiesa, costituita da Cristo proprio per l'Annuncio.

Inoltre, il ministero catechistico è quello che partecipa nel modo più impegnativo e responsabile alla nascita e alla crescita della

Chiesa, in strettissima collaborazione con i ministri ordinati (diaconi, presbiteri, vescovi) che sono i primi animatori e garanti della  vita e della missione ecclesiale.

CHIAMATI «A NOME DI DIO»

L'incarico per il servizio catechistico dovrebbe sempre essere dato a persone preparate. E qui troviamo altri segni della chiamata o vocazione catechistica.

L’invito a essere catechisti comincia normalmente con l'invito a prepararsi a tale compito; e l'invito viene fatto a chi mostra di avere le qualità-base per poterlo esercitare. Proprio queste qualità-base, viste alla luce della fede, ci permettono di parlare della chiamata ecclesiale a essere catechisti come di una chiamata o vocazione da parte di Dio.

Queste qualità infatti sono dono di Dio, sono «carismi» dati per il bene della Chiesa, da mettere al servizio della comunità ecclesia­le e, in essa e con essa, a servizio dell'umanità (cf i Corinzi12,1-11.27-31).

Così queste qualità, date da Dio, diventano un compito affidato da Dio: compito che deve essere accolto nella fede e realizzato con amore.

Le qualità-base di cui parliamo sono anzitutto la fede, la spe­ranza e la carità, che danno la struttura fondamentale alla personalità cristiana.

Operativamente esse si esprimono:

· nella celebrazione sacramentale e nella preghiera (che sono la manifestazione più esplicita della fede);

· nella capacità di affrontare in modo cristiano tutte le situazioni - soprattutto quelle difficili - dell'esistenza (capacità che si fonda sulla speranza);

· nel servizio ai fratelli (che è rivelazione concreta dell'amore per Dio e per il prossimo).

Con riferimento più diretto alla specificità dell'impegno catechi­stico, esse si traducono:

e nell'accoglienza amorosa dei fratelli e nella volontà di fare comunità;

·nell'apertura a una prospettiva di «cammino insieme» nell'esperienza cristiana, prestandosi a fare da guida ad altri.

CHIAMATA DI DIO E RISPOSTA DELL’   UOMO

 Queste qualità del catechista sono il frutto congiunto di un'azione soprannaturale (il dono della fede-speranza-carità, fattoci fondamentalmente nel Battesimo, e le grazie successive) e di una ri­sposta umana (data attraverso l'esercizio delle doti personali, soprattutto l'intelligenza e la volontà).

Dunque, la chiamata al servizio catechistico nasce radicalmente dalla presenza nei catechisti di questi doni di Dio; doni che sono fatti a tutti i cristiani, ma che vengono vissuti con particolare intensità e vengono percepiti con più lucida coscienza da un certo numero di essi, chiamati con ciò stesso a collaborare in modo più pieno e continuativo all'annuncio del Vangelo, nel servizio appunto della catechesi.

Detto questo si comprende facilmente come la chiamata o vocazione a essere catechisti si radichi ultimamente nel Battesimo, che dà la prima e fondamentale struttura alla personalità cristiana attraverso la fede, la speranza e la carità; che ci costituisce figli di Dio e membra vive nel Corpo di Cristo che è la Chiesa; che ci con-sacra, in Cristo e con Cristo, «sacerdoti» della nuova alleanza; per ciò stesso ci fa annunciatori della salvezza, attraverso la testimonianza di una vita secondo Dio.

La grazia del Battesimo viene rinnovata e intensificata attraverso gli altri sacramenti dell'iniziazione cristiana: la Confermazione e l'Eucaristia. Su questa radice sacramentale nasce e si sviluppa la personalità cristiana; su questa radice - che costituisce la prima e fondamentale chiamata - si innesta ogni altra vocazione, quindi anche quella a essere catechisti.

Così i catechisti, nel fare vitalmente «memoria» dei sacramenti ricevuti, e soprattutto nel partecipare con verità all'Eucaristia, confermano e approfondiscono il loro servizio.

 

CAPITOLO 2

IN SINTONIA CON LA COMUNITÀ ECCLESIALE

FAR MATURARE IL SENSO ECCLESIALE

 Scrive Franca L., una catechista di venti anni: «Ciò che mi urta di più nello svolgimento della mia azione catechistica è l'impressione di essere "controllata". Controllata dal parroco, dai genitori dei ragazzi/e che ho a catechismo, dagli animatori e responsabili di altre associazioni... Controllata e giudicata! Sento che non c'è fiducia nei miei confronti. Perché non posso essere libera di organizzare l'attività catechistica come credo meglio, rendendo conto solo alla mia coscienza e a Dio di quanto faccio? La burocrazia funziona male un po' dappertutto: perché vogliamo introdurla anche nella catechesi?».

Lo stato d'animo di Franca è comune a molti altri catechisti/e. Esso può derivare da un clima ecclesiale deteriorato, fatto di mancanza di fiducia, di rigidità mentale, di sospetti reciproci, di pettegolezzi: e in questo caso, i catechisti/e hanno ben ragione di lamentarsi; esso però può derivare da una mentalità presuntuosa, individualistica, anarchica, incapace di sereno confronto e di dialogo: e allora sono i catechisti che devono impegnarsi seriamente a cambiare. Comunque, nell'un caso come nell'altro, dobbiamo dire che manca un maturo senso ecclesiale, in cui le giuste istanze del catechista si compongono armonicamente con le altrettanto giuste istanze nella comunità.

  Sulla dimensione insieme personale ed ecclesiale del servizio catechistico insistono molto e opportunamente i documenti ufficiali  sulla  catechesi. Vogliamo richiamarne qui i passi più  importanti, commentandoli brevemente. Ne potrà   risultare un'utile traccia di riflessione.

SENTIRSI «PARTE INTEGRANTE» DELLA COMUNITÀ

Cominciamo da ciò che effettivamente sta alla base di ogni altra considerazione: ciascun catechista è - e di conseguenza deve sentirsi - «parte integrante» della comunità. Dice in proposito il documento dei Vescovi italiani: La formazione dei catechisti nella comunità cristiana (FC): «[Agli operatori della catechesi] si chiede di sentirsi parte integrante e corresponsabile del cammino delle nostre Chiese, di vedere il loro impegno all'interno di un impegno più vasto del popolo di Dio, l'impegno di "costruire la Chiesa" (PAOLO VI, Discorso del 7-7-1976). Ciò significa che i catechisti debbono partecipare ai diversi momenti della vita ecclesiale e alle scelte che la comunità opera» (FC, n. 3).

Non è dunque anzitutto un'istanza di «dipendenza» quella che viene evidenziata, quanto piuttosto un'istanza di «appartenenza». I catechisti non vengono prioritariamente sollecitati a eseguire docilmente, a obbedire passivamente; vengono invece richiamati al loro impegno essenziale di partecipare corresponsabilmente alla costruzione della Chiesa, segno e strumento di salvezza        (= sacramento) per tutti gli uomini.

Ovviamente nel testo citato, mentre da una parte si esprime con chiarezza il dovere dei catechisti/e di partecipare alla vita ecclesiale, dall'altra si suppone che ad essi venga lasciato il giusto spazio per la partecipazione (e davvero non dovrebbe mai avvenire che tale spazio debba essere «rivendicato sindacalmente» dai catechisti; come, d'altronde, è cosa ben strana che essi debbano essere insistentemente pregati perché lo occupino).

 ACQUISIRE UNA «SOLIDA SPIRITUALITÀ ECCLESIALE»

Sempre lo stesso documento - richiamandosi ad un altro testo autorevole della CEI, Il rinnovamento della catechesi (RdC, n. 189)

- qualifica il rapporto che deve legare il catechista alla comunità come «solida spiritualità ecclesiale». E prosegue dicendo che la maturazione ditale spiritualità «richiede che il catechista acquisti il senso di una gioiosa e responsabile appartenenza alla comunità ecclesiale, sappia vivere con partecipazione responsabile e discernimento il cammino della propria comunità ecclesiale, anche nei momenti di difficoltà e di tensione, si senta infine con la Chiesa "in missione" nel mondo» (FC n. 18).

Davvero non si potevano esprimere meglio le caratteristiche del rapporto essenziale intercorrente tra catechista e comunità: un rapporto da adulto, connotato di responsabilità e insieme di gioia, di corretta capacità critica («discernimento») e insieme di pazienza («nei momenti di difficoltà e di tensione»), di grande slancio missionario.

 OPERARE IN UNIONE CON VINSIEME DELLA CHIESA

 Su questa ampia base positiva si innestano più facilmente - e si comprendono nella giusta luce - anche le attenzioni ad alcuni pericoli in cui si può incorrere.

Anzitutto il pericolo dell'individualismo. Così si esprime in proposito il documento La formazione dei catechisti... (FC, n. 13), citando l'Esortazione apostolica del papa Paolo VI, Evangelii nuntiandi: «Evangelizzare non è mai per nessuno un atto individuale e isolato, ma profondamente ecclesiale. Allorché il più sconosciuto predicatore, catechista o pastore, nel luogo più remoto, predica il Vangelo... compie un atto di Chiesa... Ciò presuppone che egli agisca non per una missione arrogatasi, né in forza di una ispirazione personale, ma in unione con la missione della Chiesa e in nome di essa» (EN, n. 60).

Sempre allo stesso n. 13, il documento della CEI molto opportunamente esplicita: «...i catechisti devono radicare sempre più il loro servizio nella Chiesa che li manda. Il catechista deve essere "consapevole portavoce della Chiesa, dalla cui esperienza di fede gli viene sicurezza" (RdC n. 185). Il Vangelo che egli annuncia è il Vangelo che la Chiesa gli dona. La fedeltà al compito di educatore nella fede, che gli viene dalla Chiesa, si esprime anzitutto nella comunione e nella fedeltà al suo vivo magistero» (FC n. 13).

 Come si vede, nei due testi citati viene espressa con molta chiarezza la dimensione ecclesiale di ogni azione catechistica: una dimensione che attinge alla globalità della vita ecclesiale, con tutta la sua ricchezza e complessità, e alle varie componenti di essa; ma insieme fa esplicito riferimento a una di queste componenti: il «magistero». Sull'attenzione alla globalità della vita ecclesiale e a ciascuna delle sue componenti si tornerà in seguito (v. cap. 3); ora vogliamo soffermarci sulla «fedeltà» al magistero.

 IN RAPPORTO DI COMUNIONE E FEDELTÀ CON IL MAGISTERO

 Esplicitiamo brevemente questo punto.

Il rapporto con il «magistero vivo» della Chiesa viene espresso significativamente con i termini «comunione» e «fedeltà». Nella guida del magistero il catechista deve vedere la garanzia ultima della genuinità della fede (dell' «esperienza di fede») « che gli viene dalla Chiesa». La funzione del magistero viene quindi presentata come un servizio alla catechesi, perché possa essere autentica (fedele) ed efficace; si è ben lontani dunque da un esercizio si potere oppressivo e fiscale.

Purtroppo il servizio del magistero può essere percepito, anche da parecchi catechisti, proprio come «potere oppressivo e fiscale».

Ciò è dovuto molto spesso a pregiudizi (possiamo essere tutti con­tagiati dalla polemica anticlericale o antiecclesile assai diffusa nel nostro tempo) e a ignoranza (non si hanno idee chiare sulla struttura della Chiesa). Altre volte, invece, possono essere certe espressioni del magistero a risultare più difficili da comprendere; e qui si chiede al catechista un più vigoroso impegno di approfondimento per interpretare in modo corretto quanto il magistero propone, così da poterlo vivere in autentica sintonia spirituale.

Sulla «fedeltà» attiva al magistero si esprime più analiticamente Il rinnovamento della catechesi che, in riferimento al papa, afferma: «Il suo magistero e la sua predicazione ordinaria sono una solenne catechesi, un dono incomparabile per la Chiesa. Tutti i catechisti vi attingono con docilità, con fiducia e con gioia» (RdC n. 190).

In riferimento al vescovo poi dice: «In comunione gerarchica con il papa e in spirito di fraternità con il collegio episcopale, il Vescovo nella sua diocesi è segno dell'unità e dell'universalità della Chiesa; con tutta verità, deve essere considerato il pastore, il sacerdote, il maestro di coloro che sono affidati alla sua cura. La sua predica­zione e la sua catechesi sono norma ispiratrice di tutta l'azione educativa, che si svolge nella comunità locale» (RdC n. 92).

La parola del papa e del proprio vescovo diventa dunque per il catechista punto significativo di riferimento, fonte di ispirazione, non solo per la vita cristiana, ma anche e specificamente per l'azione catechistica. E, ancora una volta, viene sottolineato che il rapporto è di «docilità»,         di « fiducia» e di «gioia».

 Concretamente, nella propria comunità locale, il magistero del papa e del vescovo viene mediato anche dal parroco. L’RdC, al n. 193, lo presenta come «ministro della Parola» ed «educatore nella fede del popolo di Dio». Di qui l'impegno per il catechista di attenzione, stima e cordiale collaborazione nei confronti del parroco.

 

CAPITOLO 3

MEMBROATTIVO DELLA COMUNITÀ ECCLESIALE

Continuiamo la riflessione iniziata nel capitolo precedente, sulla dimensione ecclesiale della spiritualità del catechista. Dopo aver parlato del senso di appartenenza e dell'esigenza di operare in sintonia con l'insieme della Chiesa e specificamente con il suo Magistero, vogliamo ora richiamare un «gesto» fortemente espressivo di «ecclesialità», qual è il «mandato», e alcune modalità concrete della vita ecclesiale del catechista. Essendo il materiale dei documenti catechistici, a proposito di questo tema, molto abbondante e significativo, ci limitiamo a riportarlo con rapido commento, lasciando ai catechisti l'impegno di approfondirlo.

 IL SIGNIFICATO DEL «MANDATO»

 Il rapporto intimo tra il catechista e la comunità ecclesiale è realizzato ed espresso anche attraverso il «mandato». Vediamo anzitutto alcune affermazioni fondanti. La formazione dei catechisti nella comunità cristiana (FG) al n. 12 - richiamando il rinnovamento della catechesi (RdC) n. 185- ricorda sinteticamente che «il catechista è consacrato e inviato da Cristo, per mezzo della Chiesa»; e al n. 13 afferma: «Essere catechisti è un dono che lo Spirito fa, come per ogni carisma nella Chiesa, alla comunità. È qui il fondamento del carattere ecclesiale del servizio catechetico»; e ancora al n. 24:

«È nella comunità ecclesiale che il catechista viene chiamato alla sua missione». Poste queste basi, si comprende bene che cosa significhi e com­porti il «mandato catechistico». Dice lo stesso documento: «La chiamata al servizio catechistico trova il suo riconoscimento autentico nella missione che il catechista riceve dalla Chiesa. Fare catechesi è un atto ecclesiale, che associa i catechisti al servizio dei Pastori. 

Qui si fonda "il mandato che, riconoscendo i doni del Signore, i Pastori affidano in suo nome ai fedeli, per confermare la loro missione" (RdC n. 197) radicata nel Battesimo e nella Cresima. Emerge così l'opportunità che, nelle singole Chiese locali, tale mandato venga espresso in forme anche visibili, con una celebrazione di ammissione al servizio catechistico, presieduta dal Vescovo, o da un sacerdote delegato. Questo segno esprime bene la comunione del catechista con il Vescovo della Chiesa locale in cui egli esercita il ministero, comunione essenziale per la sua autenticità e fecondità» (FC n. 24).

(Indicazioni simili si trovano al n. 197 dell'RdC, che merita di essere approfondito).

Non ci soffermiamo a commentare dettagliatamente questo im­portante n. 24 della FC; basti sottolineare la conclusione che lega «l'autenticità e la fecondità» dell'azione catechistica alla «comunione essenziale» con il vescovo, espressa celebrativamente attraverso il «mandato» (che non è quindi cerimonia esteriore, folcloristica, ma segno vero, significativo di una grande realtà).

UN «PROGRAMMA» DI IMPEGNO ECCLESIALE

 Ora possiamo chiederci: in pratica, come si realizza - nella concretezza dell'atto catechistico e, più ampiamente, nella vita del catechista - la dimensione ecclesiale della catechesi?

Sentiamo in proposito Il rinnovamento della catechesi.

Conscio che «la sua azione è sempre un atto ecclesiale: è la testimonianza della perenne presenza di Cristo nella Chiesa e nella storia del mondo» (RdC n. 55), il catechista «si presenta come un membro responsabile della comunità locale, che mostra di conoscere e di amare, con animo aperto alla Chiesa universale. Parla con tono di familiarità della storia della Chiesa, si riferisce con spontaneità ai segni e alla celebrazione dei divini misteri, rievoca l'esempio e la sapienza dei santi, descrive la carità e le preoccupazioni del popolo di Dio, illustra i problemi e le vie del dialogo con il mondo contemporaneo. Con grande convinzione e competenza didattica, il catechista fa risonare nel suo insegnamento la voce dei Pastori, poiché è Cristo che parla in loro per confermare tutti nella fede. Il suo discorso non nasconde le debolezze della Chiesa, ma guida a comprenderle con carità e a superarle generosamente» (RdC; n. 166).

È un programma molto concreto, splendido e insieme impegnativo, per ciascun catechista; un orientamento per l'azione e, nello stesso tempo, una traccia per un'esigente revisione di vita sotto l'aspetto specificamente catechistico.

 ORIENTAMENTI PER L'INTEGRAZIONE ECCLESIALE

 A completamento di quanto indicato sopra, ecco alcuni orientamenti per l'integrazione del catechista nella viva e variegata realtà ecclesiale.

    Dice il n. 13 della FC: «Fedeltà alla Chiesa non è solo però fedeltà ad un mandato ricevuto; è anche preparazione fedele alla vita ecclesiale; è sentirsi parte attiva della Chiesa locale in cui si esercita il servizio. Questa partecipazione non può, infine, confinarsi nel solo ambito dell'annuncio della Parola: deve aprirsi a tutte le dimensioni della vita ecclesiale e parrocchiale» (FC n. 13).

Sempre la FC, al n. 18 chiede ai catechisti che siano «membri attivi della comunità ecclesiale», «capaci di equilibrio, di dialogo, di iniziativa, di collaborazione», e che abbiano «un atteggiamento di comunione con la Chiesa». E al n. 22 insiste perché i catechisti «siano pronti a servire i fratelli e a collaborare nella comunità cristiana, nel rispetto del ministero di ogni altro educatore alla fede, in particolare di quello dei genitori nei confronti dei figli» (FC n. 22).

         Infine al n. 24 il documento dice: «Ministri di fatto della parola di Dio, essi hanno il dovere e il diritto anche di servire la Parola negli ambiti della vita parrocchiale e negli organismi di partecipazione, ove insieme si studiano le scelte e gli indirizzi dell'azione pastorale» (FC n. 24).

LA FUNZIONE ECCLESIALE DEL «GRUPPO DEI CATECHISTI»

   Come luogo privilegiato per apprendere e per approfondire l'atteggiamento ecclesiale viene segnalato « il gruppo dei catechisti», del quale la FC, al n. 25, dice: «Per i catechisti, un ruolo decisivo nel cammino di formazione viene svolto dall'esperienza di gruppo. Raccogliendo un numero limitato di catechisti, esso favorisce i rapporti interpersonali e la visibilità della comunione, e costituisce un luogo e uno strumento di educazione alla vita ecclesiale e all'impegno comunitario all'interno della parrocchia.

       Sarà necessario che il gruppo dei catechisti si liberi da una preoc­cupazione esclusivamente organizzativa e didattica, per diventare prima di tutto luogo di crescita spirituale ed ecclesiale, in cui si attuano i momenti originali della vita di Chiesa: ascolto della parola, preghiera, studio, scambio di esperienze, preparazione agli incontri di catechesi, momenti di amicizia.

   Il gruppo dei catechisti non ha la pretesa di essere esaustivo e totalizzante; non è un nuovo movimento o una nuova associazione, non vuole in alcun caso sostituirsi alle diverse aggregazioni ecclesiali che possono essere presenti in una comunità, né ostacolare i caratteri propri di ciascuna. Al contrario, nel gruppo dei catechisti si offre un utile momento di comunione e di dialogo, e il gruppo stesso si arricchisce dei doni propri all'esperienza ecclesiale dei suoi membri» (FC, n. 25).

       Facciamo in proposito qualche brevissima sottolineatura, in riferimento al tema specifico della maturazione ecclesiale.

·  La vita di gruppo deve essere una «esperienza di comunione»; di qui l'esigenza che in esso i rapporti interpersonali siano intensi, autentici e specificamente «cristiani»: in altre parole, oltre a essere « funzionale», il gruppo è anche «vitale».

·  Nel gruppo i catechisti devono fare una significativa esperienza delle dimensioni e dei momenti fondamentali della vita ecclesiale.

· Il gruppo dei catechisti, tuttavia, normalmente non deve essere unico; comporta, anzi sollecita, l'appartenenza ad altri gruppi.