La carta dei diritti degli anziani
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LETTERA
DEL SANTO PADRE 1999 “
Gli anni della nostra vita sono settanta, 1.
Settant'anni erano tanti al tempo in cui il Salmista scriveva queste
parole, e non erano in molti ad oltrepassarli; oggi, grazie ai progressi
della medicina nonché alle migliorate condizioni sociali ed economiche,
in molte regioni del mondo la vita si è notevolmente allungata. Resta,
però, sempre vero che gli anni passano in fretta; il dono della vita,
nonostante la fatica e il dolore che la segnano, è troppo bello e
prezioso perché ce ne possiamo stancare. Anziano
anch'io, ho sentito il desiderio di mettermi in dialogo con voi. E lo
faccio anzitutto rendendo grazie a Dio per i doni e le opportunità che mi
ha elargito con abbondanza sino ad oggi. Ripercorro nella memoria le tappe
della mia esistenza, che s'intreccia con la storia di gran parte di questo
secolo, e vedo affiorare i volti di innumerevoli persone, alcune delle
quali particolarmente care: sono ricordi di eventi ordinari e
straordinari, di momenti lieti e di vicende segnate dalla sofferenza.
Sopra ogni cosa, tuttavia, vedo stendersi la mano provvidente e
misericordiosa di Dio Padre, il quale “ cura nel modo migliore tutto ciò
che esiste ”,(1) e “ qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua
volontà egli ci ascolta ” (1 Gv 5, 14). A Lui dico con il
Salmista: “ Tu mi hai istruito, o Dio, fin dalla giovinezza e ancora
oggi proclamo i tuoi prodigi. E ora, nella vecchiaia e nella canizie, Dio,
non abbandonarmi, finché io annunzi la tua potenza, a tutte le
generazioni le tue meraviglie ” (Sal 71 [70], 17-18). Il
mio pensiero si volge con affetto a tutti voi, carissimi anziani di ogni
lingua e cultura. Vi indirizzo questa lettera nell'anno che
l'Organizzazione delle Nazioni Unite ha voluto opportunamente dedicare
agli anziani, per richiamare l'attenzione dell'intera società sulla
situazione di chi, per il peso dell'età, deve spesso affrontare
molteplici e difficili problemi. Su
questo tema già il Pontificio Consiglio per i Laici ha offerto preziose
linee di riflessione.(2) Con la presente lettera intendo soltanto
esprimervi la mia vicinanza spirituale con l'animo di chi, anno dopo anno,
sente crescere dentro di sé una comprensione sempre più profonda di
questa fase della vita ed avverte conseguentemente il bisogno di un
contatto più immediato con i suoi coetanei per ragionare di cose che sono
esperienza comune, tutto ponendo sotto lo sguardo di Dio, che ci avvolge
col suo amore e con la sua provvidenza ci sostiene e ci conduce. 2.
Carissimi fratelli e sorelle, riandare al passato per tentare una sorta di
bilancio è spontaneo alla nostra età. Questo sguardo retrospettivo
consente una valutazione più serena ed oggettiva di persone e situazioni
incontrate lungo il cammino. Il passare del tempo sfuma i contorni delle
vicende e ne addolcisce i risvolti dolorosi. Purtroppo crucci e
tribolazioni sono largamente presenti nell'esistenza di ciascuno. Talvolta
si tratta di problemi e sofferenze, che mettono a dura prova la resistenza
psicofisica e magari scuotono la stessa fede. L'esperienza però insegna
che le stesse pene quotidiane, con la grazia del Signore, contribuiscono
spesso alla maturazione delle persone, temprandone il carattere. Al
di là delle singole vicende, la riflessione che maggiormente s'impone è
quella relativa al tempo che scorre inesorabile. “ Il tempo fugge
irrimediabilmente ”, sentenziava già l'antico poeta latino.(3) L'uomo
è immerso nel tempo: in esso nasce, vive e muore. Con la nascita viene
fissata una data, la prima della sua vita, e con la morte un'altra,
l'ultima: l'alfa e l'omega, l'inizio e la fine della sua vicenda terrena,
come la tradizione cristiana sottolinea, scolpendo queste lettere
dell'alfabeto greco sulle lapidi delle tombe. Ma
se così misurata e fragile è l'esistenza di ciascuno di noi, ci conforta
il pensiero che, in forza dell'anima spirituale, sopravviviamo alla morte
stessa. La fede poi ci apre ad una “ speranza che non delude ” (cfr Rm
5, 5), additandoci la prospettiva della risurrezione finale. Non per nulla
la Chiesa, nella solenne Veglia pasquale, usa queste stesse lettere in
riferimento a Cristo vivo ieri, oggi e sempre: “ Egli è il principio e
la fine, è l'alfa e l'omega. A lui appartengono il tempo e i secoli
”.(4) La vicenda umana, pur soggetta al tempo, viene posta da Cristo
nell'orizzonte dell'immortalità. Egli “ si è fatto uomo tra gli
uomini, per unire il principio alla fine, cioè l'uomo a Dio ”.(5) Un secolo complesso 3.
Rivolgendomi agli anziani, so di parlare a persone e di persone che hanno
compiuto un lungo percorso (cfr Sap 4, 13). Parlo ai miei coetanei;
posso, dunque, facilmente cercare un'analogia nella mia vicenda personale.
La nostra vita, cari fratelli e sorelle, è stata inscritta dalla
Provvidenza in questo ventesimo secolo, che ha ricevuto una complessa
eredità dal passato ed è stato testimone di numerosi e straordinari
eventi. Come
tanti altri tempi della storia, esso ha registrato luci ed ombre. Non
tutto è stato oscuro. Molti aspetti positivi hanno bilanciato il negativo
o sono emersi da esso come una benefica reazione della coscienza
collettiva. E vero tuttavia — e sarebbe ingiusto quanto pericoloso
dimenticarlo! — che ci sono state inaudite sofferenze, che hanno inciso
sulla vita di milioni e milioni di persone. Basterebbe pensare ai
conflitti esplosi in diversi continenti in seguito a contese territoriali
fra Stati o all'odio interetnico. Non meno gravi sono da considerare le
condizioni di estrema povertà di ampie fasce sociali nel Sud del mondo,
il vergognoso fenomeno della discriminazione razziale e la sistematica
violazione dei diritti umani in molte nazioni. E che dire poi dei grandi
conflitti mondiali? Nella
prima parte del secolo ce ne furono ben due, con una quantità mai prima
conosciuta di morti e distruzioni. La prima guerra mondiale mieté milioni
di soldati e di civili, stroncando tante vite umane sul limitare
dell'adolescenza o, addirittura, dell'infanzia. E che dire della seconda
guerra mondiale? Sopravvenuta dopo pochi decenni di relativa pace nel
mondo, specialmente in Europa, fu più tragica della precedente, con
conseguenze immani per la vita delle nazioni e dei continenti. Fu guerra
totale, inaudita mobilitazione dell'odio, che si abbatté brutalmente
anche sulle inermi popolazioni civili e distrusse intere generazioni. Il
tributo pagato sui vari fronti alla follia bellica fu incalcolabile e
altrettanto terrificante fu l'eccidio consumato nei campi di sterminio,
veri Golgota dell'epoca contemporanea. Sulla
seconda metà del secolo è pesato, per diversi anni, l'incubo della
guerra fredda, del confronto cioè tra i due grandi blocchi ideologici
contrapposti, l'Est e l'Ovest, con una folle corsa agli armamenti e la
costante minaccia di una guerra atomica, capace di condurre l'umanità
all'estinzione.(6) Grazie a Dio, quella pagina oscura si è chiusa con la
caduta in Europa dei regimi totalitari oppressivi, come frutto di una
lotta pacifica, che s'è avvalsa dell'uso delle armi della verità e della
giustizia.(7) Si è così avviato un faticoso, ma proficuo processo di
dialogo e di riconciliazione, teso ad instaurare una più serena e
solidale convivenza fra i popoli. Ma
troppe nazioni sono ancora ben lontane dal conoscere i benefici della pace
e della libertà. Grande trepidazione ha suscitato nei mesi scorsi il
violento conflitto scoppiato nella regione dei Balcani, teatro già negli
anni precedenti di una terribile guerra a sfondo etnico: altro sangue è
stato versato, altre distruzioni si sono avute, altro odio è stato
alimentato. Ora, che finalmente il furore delle armi s'è placato, si
comincia a pensare alla ricostruzione nella prospettiva del nuovo
millennio. Ma intanto continuano a divampare, anche in altri continenti,
molteplici focolai di guerra, talvolta con massacri e violenze troppo
presto dimenticati dalle cronache. 4.
Se questi ricordi e queste attualità dolorose ci rattristano, non
possiamo dimenticare che il nostro secolo ha visto levarsi all'orizzonte
molteplici segnali positivi, che costituiscono altrettante risorse di
speranza per il terzo millennio. E cresciuta così — pur tra tante
contraddizioni, specie sul versante del rispetto della vita di ogni essere
umano — la coscienza dei diritti umani universali, proclamati in solenni
dichiarazioni che impegnano i popoli. Si
è venuto, altresì, sviluppando il senso del diritto dei popoli ad
auto-governarsi nel quadro di rapporti nazionali e internazionali ispirati
alla valorizzazione delle identità culturali e insieme al rispetto delle
minoranze. Il crollo di sistemi totalitari, come quelli dell'Est europeo,
ha fatto crescere la percezione universale del valore della democrazia e
del libero mercato, pur lasciando l'enorme sfida di coniugare libertà e
giustizia sociale. E
pure da considerare un grande dono di Dio che le religioni stiano
tentando, con sempre maggior determinazione, un dialogo che le renda
elemento fondamentale di pace e di unità per il mondo. E
che dire poi della crescita, nella coscienza comune, del riconoscimento
della dignità della donna? C'è indubbiamente ancora molto cammino da
percorrere, ma la linea è tracciata. Motivo di speranza è inoltre
l'intensificarsi delle comunicazioni che, favorite dall'attuale
tecnologia, permettono di superare i confini tradizionali, facendoci
sentire cittadini del mondo. Altro
importante campo di maturazione è la nuova sensibilità ecologica, che
merita di essere incoraggiata. Fattori di speranza sono anche i grandi
progressi della medicina e delle scienze applicate al benessere dell'uomo. Tanti
sono dunque i motivi per i quali dobbiamo ringraziare Dio. Questo scorcio
di secolo si presenta, nonostante tutto, con grandi potenzialità di pace
e di progresso. Dalle stesse prove attraverso cui è passata la nostra
generazione emerge una luce capace di illuminare gli anni della nostra
vecchiaia. Risulta così confermato un principio che è caro alla fede
cristiana: “ Le tribolazioni non solo non distruggono la speranza, ma ne
sono il fondamento ”.(8) E
suggestivo allora che, mentre il secolo ed il millennio si avviano al
tramonto e si intravvede già l'alba d'una nuova stagione per l'umanità,
noi ci fermiamo a meditare sulla realtà del tempo che scorre via veloce,
non per rassegnarci ad un destino inesorabile, ma per valorizzare appieno
gli anni che ci restano da vivere. L'autunno della vita 5.
Che cosa è la vecchiaia? Di essa a volte si parla come dell'autunno della
vita — lo faceva già Cicerone (9) — seguendo l'analogia suggerita
dalle stagioni e dal susseguirsi delle fasi della natura. Basta guardare
il variare del paesaggio, lungo il corso dell'anno, sulle montagne e nelle
pianure, nei prati, nelle vallate, nei boschi, sugli alberi e sulle
piante. C'è una stretta somiglianza tra i bio-ritmi dell'uomo e i cicli
della natura, di cui egli è parte. Allo
stesso tempo, però, l'uomo si distingue da ogni altra realtà che lo
circonda, perché è persona. Plasmato ad immagine e somiglianza di Dio,
egli è soggetto consapevole e responsabile. Anche nella sua dimensione
spirituale, tuttavia, egli vive il succedersi di fasi diverse, tutte
ugualmente fuggevoli. Sant'Efrem il Siro amava paragonare la vita alle
dita di una mano, sia per mettere in evidenza che la sua lunghezza non va
oltre quella di una spanna, sia per indicare che, al pari di ciascun dito,
ogni fase della vita ha la sua caratteristica, e “ le dita rappresentano
i cinque gradini su cui l'uomo avanza ”.(10) Se,
pertanto, l'infanzia e la giovinezza sono il periodo in cui l'essere umano
è in formazione, vive proiettato verso il futuro, e, prendendo
consapevolezza delle proprie potenzialità, imbastisce progetti per l'età
adulta, la vecchiaia non manca dei suoi beni, perché — come osserva san
Girolamo — attenuando l'impeto delle passioni, essa “ accresce la
sapienza, dà più maturi consigli ”.(11) In un certo senso, è l'epoca
privilegiata di quella saggezza che in genere è frutto dell'esperienza,
perché “ il tempo è un grande maestro ”.(12) E ben nota, poi la
preghiera del Salmista: “ Insegnaci a contare i nostri giorni e
giungeremo alla sapienza del cuore ” (Sal 90 [89], 12). Gli anziani nella Sacra
Scrittura 6.
“ La giovinezza e i capelli neri sono un soffio ”, osserva Qoelet (11,
10). La Bibbia non si esime dal richiamare l'attenzione, talora con
schietto realismo, sulla caducità della vita e sul tempo che scorre
inesorabilmente: “ Vanità delle vanità [...] vanità delle vanità,
tutto è vanità ” (Qo 1, 2): chi non conosce il severo
ammonimento dell'antico Sapiente? Lo comprendiamo specialmente noi
anziani, ammaestrati dall'esperienza. Nonostante
questo disincantato realismo, la Scrittura conserva una visione molto
positiva del valore della vita. L'uomo resta sempre fatto a “ immagine
di Dio ” (cfr Gn 1, 26) ed ogni età ha la sua bellezza e i suoi
compiti. L'età avanzata trova, anzi, nella parola di Dio una grande
considerazione al punto che la longevità è vista come segno della
benevolenza divina (cfr Gn 11, 10-32). Con Abramo, uomo di cui
viene sottolineato il privilegio dell'anzianità, questa benevolenza
assume il volto di una promessa: “ Farò di te un grande popolo e ti
benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione.
Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò
ed in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra ” (Gn
12, 2-3). Accanto a lui c'è Sara, la donna che vede il proprio corpo
invecchiare, ma che sperimenta nel limite della carne ormai sfiorita la
potenza di Dio che supplisce all'umana insufficienza. Anziano
è Mosè, quando Dio gli affida la missione di far uscire il popolo eletto
dall'Egitto. Le grandi opere che per mandato del Signore egli compie in
favore di Israele non occupano gli anni della giovinezza, ma della
vecchiaia. Tra altri esempi offerti da anziani, vorrei citare la vicenda
di Tobi, il quale con umiltà e coraggio si impegna ad osservare la legge
di Dio, ad aiutare i bisognosi, a sopportare con pazienza la cecità fino
a sperimentare l'intervento risolutore dell'angelo di Dio (cfr Tb
3, 16-17); ed ancora quella di Eleazaro, il cui martirio è testimonianza
di singolare generosità e fortezza (cfr 2 Mac 6, 18-31). 7.
Anche il Nuovo Testamento, pervaso dalla luce di Cristo, annovera
eloquenti figure di anziani. Il Vangelo di Luca si apre presentando una
coppia di coniugi “ avanti negli anni ” (1, 7): Elisabetta e Zaccaria,
genitori di Giovanni Battista. Verso di loro si rivolge la misericordia
del Signore (cfr Lc 1, 5-25.39-79): a Zaccaria ormai vecchio viene
annunciata la nascita di un figlio. Egli stesso lo sottolinea: “ Io sono
vecchio e mia moglie è avanzata negli anni ” (Lc 1, 18). Durante
la visita di Maria, l'anziana cugina Elisabetta, piena di Spirito Santo,
esclama: “ Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo
grembo ” (Lc 1, 42) ed alla nascita di Giovanni Battista,
Zaccaria intona l'inno del Benedictus. Ecco una mirabile coppia di
anziani, pervasa da profondo spirito di preghiera. Nel
tempio di Gerusalemme Maria e Giuseppe, che vi hanno portato Gesù per
offrirlo al Signore, o piuttosto, secondo la Legge, per riscattarlo come
primogenito, incontrano il vecchio Simeone, che a lungo aveva atteso il
Messia. Prendendo il Bambino tra le braccia, egli benedice Iddio e
prorompe nel Nunc dimittis: “ Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace... ” (Lc 2, 29). Accanto
a lui troviamo Anna, vedova di ottantaquattro anni, frequentatrice assidua
del Tempio, che nell'occasione ha la gioia di vedere Gesù. Nota
l'Evangelista che “ si mise a lodare Dio e parlava del bambino a quanti
aspettavano la redenzione di Gerusalemme ” (Lc 2, 38). Anziano
è Nicodemo, stimato componente del Sinedrio. Egli si reca di notte da Gesù
per non dare nell'occhio. A lui il divin Maestro rivela di essere il
Figlio di Dio, venuto a salvare il mondo (cfr Gv 3, 1-21).
Ritroveremo Nicodemo al momento della sepoltura di Cristo, quando,
portando una mistura di mirra e di aloe, vincerà la paura e si manifesterà
come discepolo del Crocifisso (cfr Gv 19, 38-40). Quali confortanti
testimonianze, queste! Ci ricordano come in ogni età il Signore chieda a
ciascuno l'apporto dei propri talenti. Il servizio al Vangelo non è
questione di età! E
che dire dell'anziano Pietro, chiamato a testimoniare la sua fede con il
martirio? Gli aveva detto un giorno Gesù: “ Quando eri più giovane ti
cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio
tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove
tu non vuoi ” (Gv 21, 18). Sono parole che, in quanto successore
di Pietro, mi toccano da vicino e mi fanno sentire forte il bisogno di
tendere le mani verso quelle di Cristo, in obbedienza al suo comando: “
Seguimi! ” (Gv 21, 19). 8.
Il Salmo 92 [91], quasi sintetizzando le fulgide testimonianze di anziani
che troviamo nella Bibbia, proclama: “ Il giusto fiorirà come palma,
crescerà come cedro del Libano;... Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno vegeti e rigogliosi, per annunziare quanto è retto il Signore ”
(13, 15-16). E l'apostolo Paolo, facendo eco al Salmista, annota nella
Lettera a Tito: “ I vecchi siano sobri, dignitosi, assennati, saldi
nella fede, nell'amore e nella pazienza. Ugualmente le donne anziane si
comportino in maniera degna dei credenti...; sappiano insegnare il bene,
per formare le giovani all'amore del marito e dei figli ” (2, 2-5). La
vecchiaia, dunque, alla luce dell'insegnamento e nel lessico proprio della
Bibbia, si propone come “ tempo favorevole ” per il compimento
dell'umana avventura, e rientra nel disegno divino riguardo ad ogni uomo
come tempo in cui tutto converge, perché egli possa meglio cogliere il
senso della vita e raggiungere la “ sapienza del cuore ”. “
Vecchiaia veneranda — osserva il Libro della Sapienza — non è la
longevità, né si calcola dal numero degli anni; ma la canizie per gli
uomini sta nella sapienza; vera longevità è una vita senza macchia ”
(4, 8-9). Essa costituisce la tappa definitiva della maturità umana ed è
espressione della benedizione divina. Custodi di una memoria
collettiva 9.
Nel passato si nutriva grande rispetto per gli anziani. Scriveva in
proposito il poeta latino Ovidio: “ Grande era un tempo la riverenza per
il capo canuto ”.(13) Secoli prima, il poeta greco Focilide ammoniva:
“ Rispetta i capelli bianchi: rendi al vecchio savio quegli omaggi
stessi che tributi a tuo padre ”.(14) Ed
oggi? Se ci soffermiamo ad analizzare la situazione attuale, constatiamo
che presso alcuni popoli la vecchiaia è stimata e valorizzata; presso
altri, invece, lo è molto meno a causa di una mentalità che pone al
primo posto l'utilità immediata e la produttività dell'uomo. Per via di
tale atteggiamento, la cosiddetta terza o quarta età è spesso
deprezzata, e gli anziani stessi sono indotti a domandarsi se la loro
esistenza sia ancora utile. Si
giunge persino a proporre con crescente insistenza l'eutanasia, come
soluzione per le situazioni difficili. Il concetto di eutanasia,
purtroppo, è venuto perdendo in questi anni per molte persone quella
connotazione di orrore che naturalmente suscita negli animi sensibili al
rispetto della vita. Certo, può accadere che, nei casi di malattie gravi
con sofferenze insopportabili, le persone provate siano tentate di
esasperazione e i loro cari o quanti sono preposti alle loro cure possano
sentirsi spinti da una malintesa compassione a ritenere ragionevole la
soluzione della “ morte dolce ”. A tal proposito, occorre ricordare
che la legge morale consente di rinunciare al cosiddetto “ accanimento
terapeutico ”,(15) e richiede soltanto quelle cure che rientrano nelle
normali esigenze dell'assistenza medica. Ma ben altro è l'eutanasia
intesa come diretta provocazione della morte! Malgrado le intenzioni e le
circostanze, essa resta un atto intrinsecamente cattivo, una violazione
della legge divina, un'offesa alla dignità della persona umana.(16) 10.
Urge ricuperare la giusta prospettiva da cui considerare la vita nel suo
insieme. E la prospettiva giusta è l'eternità, della quale la vita è
preparazione significativa in ogni sua fase. Anche la vecchiaia ha un suo
ruolo da svolgere in questo processo di progressiva maturazione
dell'essere umano in cammino verso l'eterno. Da questa maturazione non
potrà non trarre giovamento lo stesso gruppo sociale di cui l'anziano è
parte. Gli
anziani aiutano a guardare alle vicende terrene con più saggezza, perché
le vicissitudini li hanno resi esperti e maturi. Essi sono custodi della
memoria collettiva, e perciò interpreti privilegiati di quell'insieme di
ideali e di valori comuni che reggono e guidano la convivenza sociale.
Escluderli è come rifiutare il passato, in cui affondano le radici del
presente, in nome di una modernità senza memoria. Gli anziani, grazie
alla loro matura esperienza, sono in grado di proporre ai giovani consigli
ed ammaestramenti preziosi. Gli
aspetti di fragile umanità, connessi in maniera più visibile con la
vecchiaia, diventano in questa luce un richiamo all'interdipendenza ed
alla necessaria solidarietà che legano tra loro le generazioni, perché
ogni persona è bisognosa dell'altra e si arricchisce dei doni e dei
carismi di tutti. Suonano
significative, al riguardo, le considerazioni di un poeta a me caro, che
così scrive: “ Non è eterno solo il futuro, non solo!... Sì, anche il
passato è l'era dell'eternità: quanto è già successo, non si
ripresenterà d'un tratto così com'era... Ritornerà come Idea, non
ricomparirà come se stesso ”.(17) “ Onora il padre e la
madre ” 11.
Perché allora non continuare a tributare all'anziano quel rispetto che le
sane tradizioni di molte culture in ogni continente hanno posto in valore?
Per i popoli dell'area raggiunta dall'influsso biblico, il riferimento è
stato, nei secoli, il comandamento del Decalogo: “ Onora il padre e la
madre ”; un dovere, peraltro, universalmente riconosciuto. Dalla sua
piena e coerente applicazione non è scaturito soltanto l'amore per i
genitori da parte dei figli, ma è stato anche evidenziato il forte legame
che esiste fra le generazioni. Dove il precetto viene accolto e fedelmente
osservato, gli anziani sanno di non correre il pericolo di essere
considerati un peso inutile ed ingombrante. Il
comandamento insegna, inoltre, a tributare rispetto a coloro che ci hanno
preceduto e a quanto hanno operato di bene: “ il padre e la madre ”
indicano il passato, il legame tra una generazione e l'altra, la
condizione che rende possibile l'esistenza stessa di un popolo. Secondo la
duplice redazione proposta dalla Bibbia (cfr Es 20, 2-17; Dt
5, 6-21), questo comando divino occupa il primo posto nella seconda
Tavola, quella concernente i doveri dell'essere umano verso se stesso e
verso la società. E poi l'unico a cui è legata una promessa: “ Onora
tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che
ti dà il Signore, tuo Dio ” (Es 20, 12; cfr Dt 5, 16). 12.
“ Alzati davanti a chi ha i capelli bianchi, onora la persona del
vecchio ” (Lv 19, 32). Onorare gli anziani comporta un triplice
dovere verso di loro: l'accoglienza, l'assistenza, la valorizzazione delle
loro qualità. In molti ambienti ciò avviene quasi spontaneamente, come
per antica consuetudine. Altrove, specialmente nelle nazioni
economicamente più progredite, s'impone una doverosa inversione di
tendenza, per far sì che coloro che avanzano negli anni possano
invecchiare con dignità, senza dover temere di essere ridotti a non
contare più nulla. Occorre convincersi che è proprio di una civiltà
pienamente umana rispettare e amare gli anziani, perché essi si sentano,
nonostante l'affievolirsi delle forze, parte viva della società.
Osservava già Cicerone che “ il peso dell'età è più lieve per chi si
sente rispettato ed amato dai giovani ”.(18) Lo
spirito umano, del resto, pur partecipando all'invecchiamento del corpo,
rimane in un certo senso sempre giovane, se vive rivolto verso l'eterno, e
di questa perenne giovinezza fa più viva esperienza, quando all'interiore
testimonianza della buona coscienza, si unisce l'affetto premuroso e grato
delle persone care. L'uomo, allora, come scrive san Gregorio di Nazianzo,
“ non invecchierà nello spirito: accetterà la dissoluzione come il
momento stabilito per la necessaria libertà. Dolcemente trasmigrerà
nell'aldilà dove nessuno è immaturo o vecchio, ma tutti sono perfetti
nell'età spirituale ”.(19) Tutti
conosciamo esempi eloquenti di anziani con una sorprendente giovinezza e
vigoria dello spirito. Per chi li avvicina, essi sono di stimolo con le
loro parole e di conforto con l'esempio. Possa la società valorizzare
appieno gli anziani, che in alcune regioni del mondo — penso in
particolare all'Africa — sono stimati giustamente come “ biblioteche
viventi ” di saggezza, custodi di un patrimonio inestimabile di
testimonianze umane e spirituali. Se è vero che sul piano fisico hanno in
genere bisogno di aiuto, è altrettanto vero che, nella loro età
avanzata, possono offrire sostegno ai passi dei giovani che si affacciano
all'orizzonte dell'esistenza per saggiarne i percorsi. Mentre
parlo degli anziani, non posso non rivolgermi anche ai giovani per
invitarli a stare loro accanto. Vi esorto, cari giovani, a farlo con amore
e generosità. Gli anziani possono darvi molto di più di quanto possiate
immaginare. Il Libro del Siracide in proposito ammonisce: “ Non
trascurare i discorsi dei vecchi, perché anch'essi hanno imparato dai
loro padri ” (8, 9); “ Frequenta le riunioni degli anziani; qualcuno
è saggio? Unisciti a lui ” (6, 34); perché agli anziani “ si addice
la sapienza ” (25, 5). 13.
La comunità cristiana può ricevere molto dalla serena presenza di chi è
avanti negli anni. Penso, soprattutto, all'evangelizzazione: la sua
efficacia non dipende principalmente dall'efficienza operativa. In quante
famiglie i nipotini ricevono dai nonni i primi rudimenti della fede! Ma
sono molti altri i campi a cui può estendersi il benefico apporto degli
anziani. Lo Spirito agisce come e dove vuole, servendosi non di rado di
vie umane che agli occhi del mondo appaiono di poco conto. Quanti trovano
comprensione e conforto in persone anziane, sole o ammalate, ma capaci di
infondere coraggio mediante il consiglio amorevole, la silenziosa
preghiera, la testimonianza della sofferenza accolta con paziente
abbandono! Proprio mentre vengono meno le energie e si riducono le capacità
operative, questi nostri fratelli e sorelle diventano più preziosi nel
disegno misterioso della Provvidenza. Anche
sotto questo profilo, dunque, oltre che per un'evidente esigenza
psicologica dell'anziano stesso, il luogo più naturale per vivere la
condizione di anzianità resta quello dell'ambiente in cui egli è “ di
casa ”, tra parenti, conoscenti ed amici, e dove può rendere ancora
qualche servizio. A mano a mano che, con l'allungamento medio della vita,
la fascia degli anziani cresce, diventerà sempre più urgente promuovere
questa cultura di una anzianità accolta e valorizzata, non relegata ai
margini. L'ideale resta la permanenza dell'anziano in famiglia, con la
garanzia di efficaci aiuti sociali rispetto ai bisogni crescenti che l'età
o la malattia comportano. Ci sono tuttavia situazioni, in cui le
circostanze stesse consigliano o impongono l'ingresso in “ case per
anziani ”, perché l'anziano possa godere della compagnia di altre
persone e usufruire di un'assistenza specializzata. Tali istituzioni sono
pertanto lodevoli, e l'esperienza dice che possono rendere un servizio
prezioso, nella misura in cui si ispirano a criteri non solo di efficienza
organizzativa, ma anche di affettuosa premura. Tutto è in questo senso più
facile, se il rapporto stabilito con i singoli ospiti anziani da parte di
familiari, amici, comunità parrocchiali, è tale da aiutarli a sentirsi
persone amate e ancora utili per la società. E come non inviare qui un
ammirato e grato pensiero alle Congregazioni religiose ed ai gruppi di
volontariato, che si dedicano con speciale cura proprio all'assistenza
degli anziani, soprattutto di quelli più poveri, abbandonati o in
difficoltà? Carissimi
anziani, che vi trovate in precarie condizioni per la salute o per altro,
vi sono vicino con affetto. Quando Dio permette la nostra sofferenza a
causa della malattia, della solitudine o per altre ragioni connesse con
l'età avanzata, ci dà sempre la grazia e la forza perché ci uniamo con
più amore al sacrificio del Figlio e partecipiamo con più intensità al
suo progetto salvifico. Siamone persuasi: Egli è Padre, un Padre ricco di
amore e di misericordia! Penso
in maniera speciale a voi, vedovi e vedove, rimasti soli a percorrere
l'ultimo tratto della vita; a voi, religiosi e religiose anziani, che per
lunghi anni avete servito fedelmente la causa del Regno dei cieli; a voi,
carissimi fratelli nel Sacerdozio e nell'Episcopato, che per raggiunti
limiti di età avete lasciato la diretta responsabilità del ministero
pastorale. La Chiesa ha ancora bisogno di voi. Essa apprezza i servizi che
ancora vi sentite di prestare in molteplici campi di apostolato, conta sul
vostro apporto di prolungata preghiera, attende i vostri sperimentati
consigli, e si arricchisce della testimonianza evangelica da voi resa
giorno dopo giorno. “ Mi indicherai il
sentiero della vita 14.
E naturale che, con il passare degli anni, diventi familiare il pensiero
del “ tramonto ”. Se non altro, ce lo ricorda il fatto stesso che le
file dei nostri parenti, amici e conoscenti vanno assottigliandosi: ce ne
rendiamo conto in varie circostanze, ad esempio quando ci ritroviamo per
riunioni di famiglia, per incontri con i nostri compagni d'infanzia, di
scuola, di università, di servizio militare, con i nostri colleghi di
seminario... Il confine tra la vita e la morte attraversa le nostre
comunità e si avvicina a ciascuno di noi inesorabilmente. Se la vita è
un pellegrinaggio verso la patria celeste, la vecchiaia è il tempo in cui
più naturalmente si guarda alla soglia dell'eternità. E
tuttavia anche noi anziani facciamo fatica a rassegnarci alla prospettiva
di questo passaggio. Esso infatti presenta, nella condizione umana segnata
dal peccato, una dimensione di oscurità che necessariamente ci
intristisce e ci mette paura. E come potrebbe essere diversamente? L'uomo
è stato fatto per la vita, mentre la morte — come la Scrittura ci
spiega fin dalle prime pagine (cfr Gn 2-3) — non era nel progetto
originario di Dio, ma è subentrata in seguito al peccato, frutto dell'“
invidia del diavolo ” (Sap 2, 24). Si comprende dunque perché,
di fronte a questa realtà tenebrosa, l'uomo reagisca e si ribelli. E
significativo a tal proposito che Gesù stesso, “ provato in ogni cosa
come noi escluso il peccato ” (Eb 4, 15), abbia avuto paura di
fronte alla morte: “ Padre, se possibile, passi da me questo calice ”
(Mt 26, 39). E come dimenticare le sue lacrime davanti alla tomba
dell'amico Lazzaro, nonostante che egli si accingesse a risuscitarlo (cfr Gv
11, 35)? Per
quanto la morte sia razionalmente comprensibile sotto il profilo
biologico, non è possibile viverla con “ naturalezza ”. Essa
contrasta con l'istinto più profondo dell'uomo. Ha detto in proposito il
Concilio: “ In faccia alla morte l'enigma della condizione umana diventa
sommo. Non solo si affligge, l'uomo, al pensiero dell'avvicinarsi del
dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche, ed anzi più ancora, per
il timore che tutto finisca per sempre ”.(20) Certo, il dolore
resterebbe inconsolabile, se la morte fosse la distruzione totale, la fine
di tutto. La morte costringe perciò l'uomo a porsi le domande radicali
sul senso stesso della vita: che c'è oltre il muro d'ombra della morte?
Costituisce essa il termine definitivo della vita o esiste qualcosa che
l'oltrepassa? 15.
Non mancano, nella cultura dell'umanità, dai tempi più antichi ai nostri
giorni, risposte riduttive, che limitano la vita a quella che viviamo su
questa terra. Nello stesso Antico Testamento, alcune annotazioni nel Libro
di Qoelet fanno pensare alla vecchiaia come ad un edificio in demolizione
ed alla morte come alla sua totale e definitiva distruzione (cfr 12, 1-7).
Ma, proprio alla luce di queste risposte pessimistiche, acquista maggior
rilievo la prospettiva piena di speranza, che emana dall'insieme della
Rivelazione, e specialmente dal Vangelo: “ Dio non è Dio dei morti, ma
dei vivi ” (Lc 20, 38). Attesta l'apostolo Paolo che il Dio che dà
vita ai morti (cfr Rm 4, 17) darà la vita anche ai nostri corpi
mortali (cfr ibid., 8, 11). E Gesù afferma di se stesso: “ Io sono la
risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque
vive e crede in me, non morrà in eterno ” (Gv 11, 25-26). Cristo,
avendo varcato i confini della morte, ha rivelato la vita che sta oltre
questo limite in quel “ territorio ” inesplorato dall'uomo che è
l'eternità. Egli è il primo Testimone della vita immortale; in Lui la
speranza umana si rivela piena di immortalità. “ Se ci rattrista la
certezza di dover morire, ci consoli la promessa dell'immortalità futura
”.(21) A queste parole, che la Liturgia offre ai credenti come conforto
nell'ora del commiato da una persona cara, segue un annuncio di speranza:
“ Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e
mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata
un'abitazione eterna nel cielo ”.(22) In Cristo la morte, realtà
drammatica e sconvolgente, viene riscattata e trasformata, fino a
manifestare il volto di una “ sorella ” che ci conduce tra le braccia
del Padre.(23) 16.
La fede illumina così il mistero della morte e infonde serenità alla
vecchiaia, non più considerata e vissuta come attesa passiva di un evento
distruttivo, ma come promettente approccio al traguardo della maturità
piena. Sono anni da vivere con un senso di fiducioso abbandono nelle mani
di Dio, Padre provvidente e misericordioso; un periodo da utilizzare in
modo creativo in vista di un approfondimento della vita spirituale,
mediante l'intensificazione della preghiera e l'impegno di dedizione ai
fratelli nella carità. Sono
perciò da lodare tutte quelle iniziative sociali che permettono agli
anziani sia di continuare a coltivarsi fisicamente, intellettualmente e
nella vita di relazione, sia di rendersi utili, mettendo a disposizione
degli altri il proprio tempo, le proprie capacità e la propria
esperienza. In questo modo, si conserva ed accresce il gusto della vita,
fondamentale dono di Dio. D'altra parte, con tale gusto della vita non
contrasta quel desiderio dell'eternità, che matura in quanti fanno
un'esperienza spirituale profonda, come ben testimonia la vita dei Santi. Il
Vangelo ci ricorda in proposito le parole del vecchio Simeone, che si
dichiara pronto a morire, dal momento che ha potuto stringere tra le sue
braccia il Messia atteso: “ Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada
in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua
salvezza ” (Lc 2, 29-30). L'apostolo Paolo si sentiva in certo
senso combattuto tra il desiderio di continuare a vivere, per annunciare
il Vangelo, e il desiderio di “ essere sciolto dal corpo per essere con
Cristo ” (Fil 1, 23). Sant'Ignazio di Antiochia, mentre andava
gioioso a subire il martirio, testimoniava di sentire nell'animo la voce
dello Spirito Santo, quasi “ acqua ” viva che gli sgorgava dentro e
gli sussurrava l'invito: “ Vieni al Padre ”.(24) Gli esempi potrebbero
continuare. Essi non gettano alcun'ombra sul valore della vita terrena,
che è bella, nonostante limiti e sofferenze, e va vissuta fino in fondo.
Ci ricordano però che essa non è il valore ultimo, sicché il tramonto
dell'esistenza, nella percezione cristiana, assume i contorni di un “
passaggio ”, di un ponte gettato dalla vita alla vita, tra la gioia
fragile e insicura di questa terra e la gioia piena che il Signore riserva
ai suoi servi fedeli: “ Entra nella gioia del tuo Signore! ” (Mt
25, 21). Un augurio di vita 17.
In questo spirito, mentre vi auguro, cari fratelli e sorelle anziani, di
vivere serenamente gli anni che il Signore ha disposto per ciascuno, mi
viene spontaneo parteciparvi fino in fondo i sentimenti che mi animano in
questo scorcio della mia vita, dopo più di vent'anni di ministero sul
soglio di Pietro, e nell'attesa del terzo millennio ormai alle porte.
Nonostante le limitazioni sopraggiunte con l'età, conservo il gusto della
vita. Ne ringrazio il Signore. E bello potersi spendere fino alla fine per
la causa del Regno di Dio. Al
tempo stesso, trovo una grande pace nel pensare al momento in cui il
Signore mi chiamerà: di vita in vita! Per questo mi sale spesso alle
labbra, senza alcuna vena di tristezza, una preghiera che il sacerdote
recita dopo la celebrazione eucaristica: In hora mortis meae voca me, et
iube me venire ad te – nell'ora della morte chiamami, e comanda che io
venga a te. E la preghiera della speranza cristiana, che nulla toglie alla
letizia dell'ora presente, mentre consegna il futuro alla custodia della
divina bontà. 18.
“ Iube me venire ad te! ”: è questo l'anelito più profondo del cuore
umano, anche in chi non ne è consapevole. Dacci,
o Signore della vita, di prenderne lucida coscienza e di assaporare come
un dono, ricco di ulteriori promesse, ogni stagione della nostra vita. Fa'
che accogliamo con amore la tua volontà, ponendoci ogni giorno nelle tue
mani misericordiose. E
quando verrà il momento del definitivo “ passaggio ”, concedici di
affrontarlo con animo sereno, senza nulla rimpiangere di quanto lasceremo. Incontrando
Te, dopo averti a lungo cercato, ritroveremo infatti ogni valore autentico
sperimentato qui sulla terra, insieme con quanti ci hanno preceduto nel
segno della fede e della speranza. E
tu, Maria, Madre dell'umanità pellegrina, prega per noi “ adesso e
nell'ora della nostra morte ”. Tienici sempre stretti a Gesù, Figlio
tuo diletto e nostro fratello, Signore della vita e della gloria. Amen! Dal Vaticano, il 1°
Ottobre 1999. (1)
S. GIOVANNI DAMASCENO, Esposizione della fede ortodossa, 2, 29. (2)
Cfr La dignità dell'anziano e la sua missione nella Chiesa e nel mondo,
Città del Vaticano 1998. (3)
VIRGILIO, “ Fugit inreparabile tempus ”, Georgiche, III, 284. (4)
Liturgia della Veglia pasquale. (5)
S. IRENEO DI LIONE, Adversus haereses, 4, 20, 4. (6) Cfr GIOVANNI PAOLO II,
Lett. enc. Centesimus
annus, 18. (7)
Cfr ibid., 23. (8)
S. GIOVANNI CRISOSTOMO, Commento alla Lettera ai Romani, 9, 2. (9)
Cfr Cato maior, seu De senectute, 19, 70. (10)
Su “ Tutto è vanità e afflizione di spirito ”, 5-6. (11)
“ Auget sapientiam, dat maturiora consilia ”, Commentaria in Amos, 2, prol. (12)
CORNEILLE, Sertorius, a. II, sc. 4, b. 717. (13)
“ Magna fuit quondam capitis reverentia cani ”, Fasti, lib. V, v. 57. (14)
Sentenze, XLII. (15)
Cfr GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Evangelium vitae, 65. (16)
Cfr Ibid. (17)
C. NORWID, Nie tylko przyszlosc..., Post scriptum, I, vv. 1-4. (18)
“ Levior fit senectus, eorum qui a iuventute coluntur et diliguntur ”,
Cato maior, seu De senectute, 8, 26. (19)
Discorso dopo il ritorno dalla campagna, 11. (20) CONC. ECUM. VAT. II, Cost. past. Gaudium et spes, 18. (21)
Messale Romano, Io Prefazio dei defunti. (22)
Ibid. (23)
Cfr S. FRANCESCO D'ASSISI, Cantico delle creature. (24)
Lettera ai Romani, 7, 2.
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Poco tempo fa, fui invitato a scrivere qualche riga su un argomento che a me piace in modo particolare: lanzianità.
Certo, parlare di ciò che vivi in ogni momento della tua giornata non dovrebbe essere molto difficile, però ci proverò!
Gli anziani sono delle persone cosi normali ma anche così speciali!
La loro normalità sta proprio nel fatto che nellambito familiare occupano un posto privilegiato. Sono essi che sono preposti a tenere solida lunità della famiglia, inculcare i più sani principi morali nei figli e nipoti e soprattutto trasmettere loro le basi di una convivenza sociale che li porti a prediligere tutto ciò che non sia in contraddizione con la propria coscienza.
Lanziano quindi, deve essere guida e consigliere. Deve aiutare con lesempio e lincoraggiamento i più piccoli nei momenti di difficoltà. Essere al loro fianco per combattere le loro battaglie come fosse la propria.
Tutto questo, fatto con la massima discrezione, quasi senza farsene accorgere. Questo può essere attuato mettendo a profitto la grande esperienza che ogni individuo anziano ha accumulato lungo il corso della propria esistenza. Mettere tutto ciò a disposizione del prossimo ci deve riempire di grande orgoglio perché tutto ciò va fatto con tanto, tanto amore, Perciò non aspettiamoci nessuna ricompensa da parte di nessuno.
Ricordiamoci che prima di noi i nostri padri hanno fatto la medesima esperienza non per le lodi o la gratitudine dei loro discendenti ma per un intimo convincimento interiore.
Solo lamore deve guidare le nostre azioni se vogliamo essere soddisfatti appieno nei nostri desideri di persone che hanno raggiunto lanzianità.
Guidati dalla sapienza dei nostri padri che ci hanno trasmesso quei principi fondamentali di fede e di vita, raggiungeremo i traguardi più alti e più belli. Arrivederci il mese prossimo.
Sono passati tanti anni da quel Natale della mia fanciullezza! Ancor oggi mi è gradito far scorrere nella mia memoria e riviverne appieno il significato più profondo. Il calore della famiglia, soprattutto, mi è rimasto nel cuore. Rivedo tutti noi riuniti per consumare la frugale cena della vigilia: poche cose da dividere in tanti e poi qualche caldarrosta, poche noci e noccioline ma tante mandorle che usavamo anche nei giochi della sera di Natale. Alle undici tutti in Chiesa, grandi e piccini, perché a mezzanotte sarebbe nato Gesù. A quellora si incontravano tante persone imbacuccate che a passo svelto, percorrevano la strada per la Chiesa. Quella sera anche il cielo era terso e la luna splendeva ben chiara nel firmamento. Le stelle le facevano degna corona. La temperatura era mite. In Chiesa il suono dellorgano ci accolse con note più gioiose del solito ed i cantori con i loro cori ci fecero calare appieno nel clima natalizio. Tutto era bellissimo, quasi irreali! Molte persone si accostarono allEucarestia tanto che la S. Messa si protrasse tanto a lungo. Ma quale fu la nostra sorpresa quando mettemmo il piede fuori nel sagrato! Uno speso strato di neve copriva la piazza, i tetti candidi riflettevano una strana luce! Era la luce di natale. La neve continuò a cadere a larghi fiocchi coprendo anche gli angoli più nascosti. Rientrammo a casa e un grande fuoco, che mio padre si era fatto premura di riattizzare prima di uscire, ci accolse con il suo crepitio ed il suo calore ci diede una sensazione di benessere indicibile. Il mattino di Natale, appena uno spiraglio di luce colpì il mio lettino, mi risvegliai. Corsi alla finestra. Attraverso i vetri appannati osservai meravigliato la grande distesa di neve che copriva la pianura ed i monti circostanti. Un pensierino mi colpì allimprovviso e mi dissi: Quanto freddo avrà sofferto Gesù quando è nato! Meno male che cera il bue e lasinello per riscaldarlo.
Selegas è un piccolo centro della Trexenta nella provincia di Cagliari, di circa millecinquecento abitanti. Sorge su una piccola altura da dove si domina un panorama vario ed attraente. I suoi abitanti sono cortesi e ospitali, d'animo buono e generosi con tutti i bisognosi. Il paese di Selegas, nei tempi andati, era un centro le cui case erano quasi addossate le une alle altre, con strade strette capaci di un traffico limitato esclusivamente ai mezzi agricoli. Solo le case dei nobili e dei ricchi proprietari godevano d'ampi spazzi interni. Al centro era la casa padronale; un po' più distanti erano gli alloggi dei "servi" situati vicino alle stalle perché gli animali dovevano essere sorvegliati e governati durante la notte. Già all'alba erano pronti per iniziare una dura giornata di lavoro. Nel periodo della mietitura del grano arrivavano a Selegas dai paesi circostanti molti lavoratori per prestare la loro opera: San Basilio, Silius, Armungia, Villasalto, erano i paesi da cui proveniva la maggior parte di loro. Finita la stagione della mietitura, se ne tornavano ai paesi d'origine ma molti preferivano lavorare alle dipendenze dei nuovi padroni anche a stipendi bassissimi. Una volta stabilitisi a Selegas qui, con i piccoli risparmi si costruivano la loro casetta e mettevano su famiglia. Normalmente si sposavano con una delle domestiche del proprio padrone. Da lui, perciò, avevano in dono il terreno su cui fabbricare la casa e una somma in danaro per poter realizzare qualche piccolo sogno.
Non tutto l'anno veniva dedicato ai lavori dei campi.Anche i giorni di riposo avevano la loro importanza.Oltre alla domenica, vi erano diverse festività che interrompevano le fatiche quotidiane.Il giorno 26 di luglio veniva celebrata la festività dedicata alla patrona Sant'Anna in modo solenne ed era l'occasione per dimostrare alla patrona del paese la propria devozione.Non erano solo festeggiamenti religiosi, ma al pomeriggio iniziavano quelli "civili": balli, canti, corsa con i sacchi, corsa dei cavalli e, dopo la cena i fuochi artificiali. Per tre giorni la festa religiosa si alternava ai festeggiamenti in piazza ed erano giorni di vera allegria e spensieratezza. Altra festività importante era quella in onore di Sant'Elia, (seconda domenica di luglio) che si celebrava nella chiesetta a lui dedicata nel centro del paese. Sulla collina che domina il paese sorge la bella chiesetta campestre dedicata a Santa Vitalia che viene onorata il primo lunedì del mese di ottobre ed è meta di molti devoti che accorrono anche dai paesi vicini. Nel mese di maggio si venera la figura di Sant'Isidoro, protettore degli agricoltori. Questa è una festività introdotta dagli Spagnoli durante la loro dominazione in Sardegna. L'otto di Settembre aveva termine l'anno lavorativo e molti braccianti del paese mettevano termine al loro contratto di lavoro con i signori del paese. Alcuni preferivano continuare il loro rapporto, altri invece preferivano cambiare, allettati, forse, da più alte retribuzioni. Le donne sposate seguivano i loro mariti. In tale data si celebrava la festa della natività della Madonna (Santa Maria), d'esclusivo carattere religioso, con la contribuzione spontanea di offerte da parte di tutti, come ringraziamento per l'anno appena terminato. Moltissimi anni fa, in territorio di Selegas, sorgeva una bellissima chiesa in stile romanico, di cui oggi rimangono solo le rovine. Ogni anno in quella chiesa si celebrava la festa della Madonna d'Itria, anch'essa istituita dagli Spagnoli intorno al 1500 d.c. Gli agricoltori ancor oggi, a metà del mese di maggio onorano la Madonna d'Itria con una solenne festa e a Lei dedicano il lavoro dei campi e i raccolti. Tutte queste festività ci dicono che la devozione e la fede erano profondamente radicate nel cuore dei seleghesi. Qualunque cosa essi si accingevano a realizzare, era messa sotto la protezione dei Santi e della Madonna. Questi sentimenti tramandati da secoli, rendono ancora più comprensibile il fatto che Selegas anche oggi è una fucina di iniziative rivolte verso i più poveri e derelitti. Sorgono dei gruppi che si dedicano all'assistenza e all'aiuto delle missioni in terre lontane, e si realizzano opere utili per la stessa comunità locale. La raccolta di generi di prima necessità, di vestiti, di materiale riciclabile, ha lo scopo di aiutare chi è più bisognoso. E' auspicabile che tutto ciò abbia un seguito e venga tramandato alle generazioni future come finora abbiamo avuto modo di verificare. (Prossimamente si parlerà dei fidanzamenti e dei matrimoni tradizionali)
Selegas è un centro molto ricco di tradizioni. Basta andare in giro per le strade, incontrare delle persone un po avanti negli anni per sapere di fatti curiosi degni di essere tramandati negli anni avvenire. Il loro valore storico e culturale poi, assume unimportanza notevole per gli stessi abitanti del luogo. Dà, insomma, la misura con cui si viveva fino a settantanni fa circa. È noto che Selegas sia stato il paese più ricco della Trexenta. Soprattutto la coltivazione del grano era lattività che maggiormente portava benessere. In paese erano numerosi i Nobili e i Cavalieri, mentre i proprietari terrieri gareggiavano con loro nellaccumulare ricchezze e accaparrarsi i terreni migliori della zona. Erano di loro proprietà, infatti, i campi più fertili di Senorbì, Suelli, Ortacesus, Genico, ecc. Ciò creava non poco disappunto e gelosia nei centri vicini. Oggi però, parleremo di cose un po più futili, di curiosità tramandateci dai nostri predecessori. Si deve sapere che, il paese era conosciuto per il gran numero dasinelli e per le macine ( is molas ) attivate da loro. In sardo gli asinelli si chiamano, infatti molentis. Molti anni fa questi asini erano portati al pascolo dalle stesse domestiche. Col passare degli anni i proprietari si erano accorti che questincombenza sottraeva le donne ai lavori di casa. Avevano deciso allora di incaricare un uomo del paese perché esercitasse il mestiere dasinaio ( su molentraxiu). Egli era ricompensato adeguatamente in generi di natura e anche qualche spicciolo. Lasinaio, ogni mattina, si recava in uno spiazzo (su rundou) alla periferia del paese, dove le domestiche recavano i loro asinelli per farne ununica torma (sa truma).Appena completata la torma, lasinaio, suonava un corno di bue per avvertire tutti del suo passaggio. Il comune aveva messo a disposizione dei proprietari un terreno comunale dove gli asinelli potevano pascolare indisturbati. Per questo essi pagavano una piccola tassa annuale. Al calar della sera, su molentraxiu, radunava gli asinelli e sempre col suono del corno avvertiva le domestiche che potevano recarsi a su rundou per ritirare il proprio animale. Una volta a casa erano dissetati, bardati e attaccati alla mola. Per tutta la notte e fino al mattino giravano intorno ad essa macinando il grano. Le domestiche avevano gran cura degli asinelli perché oltre alla macinazione del grano, erano adibiti al trasporto dellerba dai campi per sfamare gli altri animali del padrone, per portare i panni al fiume, per il trasporto dalla campagna della legna per il focolare. Quanti rimpianti ha lasciato in tutti la scomparsa di questumile animale! Molti ragazzi e giovani non hanno avuto la fortuna di conoscerne uno. Chissà se in futuro avranno la possibilità di poterlo accarezzare e giocare con lui. e meno male che Selegas era famosa per i suoi molentis! |
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Signore vieni a
mettere qualcosa di nuovo in me, al posto di quanto poco a poco
vien meno col passare degli anni. Metti in me un amore più grande, una
semplicità più serena, una delicatezza più profonda. Al posto
dell'entusiasmo, metti in me un sorriso di bontà per tutti; aiutami a
comprendere il mio prossimo, a interessarmi dei suoi problemi e a non
essere mai una nuvola nera che rattrista, ma una luce discreta che
rallegra. Fa' che la memoria mi permetta di ricordare le cose più belle e
più buone che ci sono nella vita, così da farne parte agli altri e
godere della loro gioia. Fa', o Signore, che la mia volontà si pieghi
amorevolmente ai giusti desideri di coloro che mi stanno intorno, che la
mia fede umilmente e discretamente s'irradi con la testimonianza e non
venga mai meno. Fa', o Signore, che la mia intelligenza accetti con umiltà
di sentirsi meno attiva, brillante e rapida; fa' però che si applichi
sempre a cercarti e conoscerti, così che possa comprendere meglio la vita
eterna in cui spero ardentemente. Amen.
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LA
CARTA DEI DIRITTI DEGLI ANZIANI Ogni
persona anziana ha diritto: ad
un’assistenza fisica, che implica:
la sicurezza fisica e la salvaguardia in tempo di pace e di guerra ed in
particolare nei casi di calamità naturali e catastrofi sociali; il
mantenimento della salute mediante l’assistenza e le misure più
appropriate (alloggi e servizi adatti all’igiene, alle cure e
all’assistenza geriatrica); il diritto
a condurre una vita normale e la possibilità di avere un contatto con Ia
natura; •
ad un’assistenza economica, che presuppone: la possibilità
di
godere di una pensione superiore al minimo indispensabile alla vita che
consenta di partecipare ad una vita sociale e culturale; un alloggio
confortevole ed adeguato alle esigenze della persona anziana ubicato
nell’ambiente più idoneo; Ia possibilità di svolgere un’attività
utile ed un lavoro produttivo
commisurato alle fisiche e psichiche individuali; •
ad un’esistenza sociale, che comprende: Ia possibilità di vivere
con dignità e sicurezza conservando la propria personalità, di
frequentare i
propri simili per evitare la solitudine e d relazionarsi in modo cordiale
con tutte le altre classi sociali; un’accoglienza cortese e premurosa ad
opera delle autorità senza
alcuna
distinzione di razza, di classe sociale, di religione o di altre ideologie
qualunque sia il proprio stato fisico o mentale;
una presenza politica efficace ed efficiente e la possibilità di
collaborare all’elaborazione di leggi in materia; •
ad un’esistenza culturale, che consente: la possibilità. di
accedere liberamente ai mezzi di informazione e di diffusione delle
notizie; la possibilità di aderire ad attività di studio, corsi
didattici, seminari culturali, lavori di formazione con di
perfezionamento; la possibilità di esercitare un’attività culturale e
di trasmettere alle generazioni future il
proprio ingegno, la propria esperienza e saggezza; •
di disporre di se stessa, che attribuisce: il diritto ad essere
esonerata da quei lavori che richiedono una sforzo fisico o intellettuale;
la libertà di formarsi una propria opinione e di poterla esprimere; la
libertà di avere un proprio concetto del mondo e di organizzare una
propria spiritualità. interiore.
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Eventuali interventi al solito indirizzo: mapigi@tiscalinet.it
Beppe